Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

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Qui, dove tutto brucia…

Se appena metto il naso fuori dal mio ufficio faccio fatica a deambulare. L’aria è densa come marmellata e altrettanto appiccicosa. Se sbircio il cielo mi viene l’ansia: c’avrò mica la cataratta giovanile? Perché non è azzurro, ma bianchiccio e manda giù cenere. No, non quella lavica che ti colpisce la pelle come se ti lanciassero addosso manciate di sale, ma quella leggera, impalpabile, che ti si posa addosso come fosse zucchero a velo. Peccato che se provi a leccarla ci rimani stecchito all’istante. La discarica che serve Palermo brucia da nove giorni e tutti stiamo lì, inermi e rassegnati, a osservare i canadair che si tuffano in mare e risalgono in volo. Da nove giorni, prendono acqua e la sputano su un mucchio di spazzatura che continua a bruciare. Imperterrita. Lei brucia e il vento la disperde. Sulle nostre case, sulle nostre teste, dritta dritta dentro i nostri polmoni. E tutti gli esperti/testoni, in giacca e cravatta malgrado i 44 gradi di temperatura percepita, inscenano il solito, triste, miserrimo, indegno teatrino dello scaricabarile. E, intanto, sbirciamo il cielo: biancastro e con qualche sfumatura marroncina, segno che la monnezza non ha smesso di abbrustolire. Questo è il posto dove vivo, la mia città che amavo tanto e che adesso, invece, non tollero più…

…”C’è chi comprende e chi non comprende, caro signore. Sta molto peggio chi comprende, perché alla fine si ritrova senza energia e senza volontà. Chi comprende, infatti dice: «Io non devo fare far questo, non devo far quest’altro, per non commettere questa o quella bestialità». Benissimo! Ma a un certo punto s’accorge che la vita è tutta una bestialità”… (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

La terra trema

Tutto comincia alle 5.21, ora in cui cado rovinosamente dalle braccia di Morfeo senza motivo. Avevo a disposizione ben 39 minuti prima che la sveglia suonasse, invece no. Il mio cervello sceglie autonomamente l’autolesionismo. Fuori piove, di nuovo. Che palle! Mi alzo e avvio la giornata, come al solito.

Alle 8.21 io e Titti siamo sul corridoio di casa, pronte per uscire. Fuori il temporale.

Improvvisamente qualcosa ci blocca. Un boato lontano. Una specie di ululato soffocato che impregna ogni cosa. Per una manciata di secondi disconnetto la ragione e penso ad una folata di vento più forte del solito. Ma il pavimento balla. Sono pochi secondi (per fortuna), ma sembrano eterni. Il boato si allontana. Noi rimaniamo lì, immobili.

Poi scatta la reazione: Titti piange e io non riesco a calmare il tremore alle mani. Il telefono comincia a squillare. Comincia il tam tam della paura. Decido di uscire cercando di mantenere la calma, soprattutto per non terrorizzare oltre misura la mia bambina.

Per strada, il caos. Ognuno cerca conforto nello sguardo degli altri. Ma siamo tutti come inebetiti. Cerchiamo, ostinatamente, di fare le solite cose di sempre. Ma incappiamo nella paura. Titti salta la scuola, la porto in ufficio con me. Comincia una lunga giornata in compagnia dello sciame sismico.

Il terremoto ha colpito proprio la costa a ridosso di Palermo: 4.3 di magnitudo. Sembra poco, ma la terra ha tremato con violenza, in barba ai dati dei sismografi, e sarà difficile seguire i programmi imposti dalla nostra quotidianità. Ad ogni piccolo rumore, un tuffo al cuore sarà inevitabile. E sarà così per giorni.

Maledetta primavera

Respiro con le orecchie. Stamattina mi sono svegliata col naso più che sigillato e con gli occhi ammorbati. Mi sono guardata allo specchio e ho giurato che mai più voglio rinascere bipede umano. Considerate le sembianze che mi ha restituito l’oggetto delle mie brame quello che mi posso permettere nella prossima reincarnazione è un gallinaceo spelacchiato. Ho cercato di non analizzare occhiaie, herpes e capello irto mentre, consapevolmente, mi avviavo mogia mogia a farmi intossicare la prima colazione da un furente mal di testa che mi ha tenuto amorevolmente compagnia per tutta la notte. Che si fa in questi casi? Nel dubbio si aggredisce il malessere con un accerchiamento da abile stratega. Ibuprofene per maldicapa/ipotetico raffreddore e antistaminico per acclarata allergia primaverile. Prima di andare al lavoro, passo da Roberta, mitica farmacista che mi sopporta da più di un decennio. Lei mi guarda e ride. Sogghigna a dire il vero mentre un moto di stizza mi imporrebbe di prenderla a schiaffi. “Hai bisogno di una vacanza”, mi dice. “Una sola?” Penso io, mentre estraggo il portafoglio dalla borsa e al tempo stesso controllo che la mia dotazione di fazzolettini sia bastevole per tutto il giorno. Arrivo nel mio bucolico ufficio, tra papere ringalluzzite dal tepore e polline che balla la polka nell’aere. Comincia un’odissea di starnuti che nemmeno la proboscide di Dumbo. Accerchiamento farmacologico fallito, ne deduco, mentre con gli occhi fuori dalle orbite e con il naso del colore dei papaveri, approdo nella mia stanza, dove ancora le stufe sono accese. Sì, accese… e rimarranno col tasto “on” fino a maggio inoltrato, refrattarie pure al vento di scirocco. Entro nella caverna e la mia allergia si avvia verso una china irreversibile. Uno, tre, dieci starnuti che ci manca poco e la testa va a finire, rotolando, in mezzo alla palma che svetta nell’atrio. Maledico la signora delle pulizie che, ignara dell’attentato alle mie narici, si è esibita in un amplesso selvaggio con un deodorante per ambienti di dubbia provenienza. Con il risultato che la sottoscritta ha rantolato per un quarto d’ora respirando aria ammorbata da un odore che sta a metà tra il pannolino e la carta igienica floreale. E poi arriva Testina: “Buongiorno dottoressa, tutto bene?” Mugugno un saluto che ha tutto il sapore di un vaffanculo…

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