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Specchio delle mie brame

Mi sono tagliata i capelli. Mi sento inquieta. Mi comprerei 300 borse, ma servirebbero a diradare le mie nebbie per non più di qualche ora. Allora, meglio evitare. Niente shopping compulsivo che c’ho pure la carta di credito che rischia il default. Quindi, unica compensazione emotiva a basso prezzo ( e poi mica tanto basso), una bella sforbiciata alla chioma. Stamattina mi sono guardata allo specchio e non mi sono piaciuta ( e te pareva): ho addebitato l’autocritica mista a nausea, al rincoglionimento da sveglia alle 5. Non che avessi bisogno di svegliarmi così presto, ma  quando strabuzzo gli occhi in un certo modo e ho voglia di caffè, è giunta l’ora di alzarsi e amen. Allora, dicevo che questo nuovo look pilifero non mi entusiasma. Cosa vorrei? E che ne so io!… so solo che vorrei cambiare, cambiare tutto… ma poi finisco sempre per cambiare le cose sbagliate. Allora forse è meglio stare buonina e riprovare a riguardarmi allo specchio. Con calma e con una predisposizione d’animo meno auto-distruttiva. Chissà che non riesca a farmi simpatia, di tanto in tanto…

Maledetta primavera

Respiro con le orecchie. Stamattina mi sono svegliata col naso più che sigillato e con gli occhi ammorbati. Mi sono guardata allo specchio e ho giurato che mai più voglio rinascere bipede umano. Considerate le sembianze che mi ha restituito l’oggetto delle mie brame quello che mi posso permettere nella prossima reincarnazione è un gallinaceo spelacchiato. Ho cercato di non analizzare occhiaie, herpes e capello irto mentre, consapevolmente, mi avviavo mogia mogia a farmi intossicare la prima colazione da un furente mal di testa che mi ha tenuto amorevolmente compagnia per tutta la notte. Che si fa in questi casi? Nel dubbio si aggredisce il malessere con un accerchiamento da abile stratega. Ibuprofene per maldicapa/ipotetico raffreddore e antistaminico per acclarata allergia primaverile. Prima di andare al lavoro, passo da Roberta, mitica farmacista che mi sopporta da più di un decennio. Lei mi guarda e ride. Sogghigna a dire il vero mentre un moto di stizza mi imporrebbe di prenderla a schiaffi. “Hai bisogno di una vacanza”, mi dice. “Una sola?” Penso io, mentre estraggo il portafoglio dalla borsa e al tempo stesso controllo che la mia dotazione di fazzolettini sia bastevole per tutto il giorno. Arrivo nel mio bucolico ufficio, tra papere ringalluzzite dal tepore e polline che balla la polka nell’aere. Comincia un’odissea di starnuti che nemmeno la proboscide di Dumbo. Accerchiamento farmacologico fallito, ne deduco, mentre con gli occhi fuori dalle orbite e con il naso del colore dei papaveri, approdo nella mia stanza, dove ancora le stufe sono accese. Sì, accese… e rimarranno col tasto “on” fino a maggio inoltrato, refrattarie pure al vento di scirocco. Entro nella caverna e la mia allergia si avvia verso una china irreversibile. Uno, tre, dieci starnuti che ci manca poco e la testa va a finire, rotolando, in mezzo alla palma che svetta nell’atrio. Maledico la signora delle pulizie che, ignara dell’attentato alle mie narici, si è esibita in un amplesso selvaggio con un deodorante per ambienti di dubbia provenienza. Con il risultato che la sottoscritta ha rantolato per un quarto d’ora respirando aria ammorbata da un odore che sta a metà tra il pannolino e la carta igienica floreale. E poi arriva Testina: “Buongiorno dottoressa, tutto bene?” Mugugno un saluto che ha tutto il sapore di un vaffanculo…

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