Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

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Qualcuno…

C’è qualcuno che piange. Le lacrime scorrono silenziose  e lei non riesce a fermarle. Avrei voluto fermarle io…Piange e il suo viso rimane composto, il dolore non stravolge i suoi bei lineamenti, ha già stravolto il suo cuore. E io sono lì, impotente, che la guardo e non so che dirle, che fare. La ascolto. Mi parla di lui, di lui che si sta arrendendo, che non riesce a fare progetti. Lei lo guarda, gli parla e lui sembra assente, ma lo stesso la vuole vicino. Lei lo fa, gli sta vicino. Ma vorrebbe urlargli di guardarla negli occhi, di parlarle. Ma lui non ci riesce. Lui vaga coi pensieri, pensa a qualcosa che, dentro di lui, lo sta distruggendo. E non riesce a guardare oltre. Lei aspetta un suo cenno. Le basta amarlo, con tutta se stessa. E io non posso fare altro che ascoltarla e farle capire, senza parole, che non la abbandonerò mai. Il suo dolore sarà il mio, le sue lacrime scorreranno anche sul mio viso,  le stringerò forte le mani, se si sentirà sola e indifesa…

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L’uomo dei sogni?

“…Quella sera si inginocchiò sul cemento, congiunse le mani e, alzando gli occhi al cielo, recitò una preghiera: Stelle, perfavore, fate che io non sia più sola, che non sia più povera, fate che io non sia più assillata dalla sorte. Sono stanca, così stanca… Stelle, da sola non si combina niente di buono, e io sono così sola. Datemi la pace e la forza interiore, datemi l’uomo che aspetto in segreto. Alto o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, giovane o vecchio: non ha importanza per me. Datemi un uomo che mi amerà e che amerò. Se è triste, lo farò ridere; se è insicuro, lo rassicurerò; se si batte, sarò al suo fianco. Non vi chiedo l’impossibile, vi chiedo semplicemente un uomo, perchè, vedete, stelle, l’amore è la più grande ricchezza che c’è. L’amore che si dà e quello che si riceve. E’ questa la ricchezza di cui io non posso fare a meno…” (tratto da “Gli occhi gialli dei coccodrilli” di Katherine Pancol).

Questo è uno stralcio del libro che sto leggendo in queste afose sere d’estate. Un romanzo senza infamia e senza lode, acquistato per curiosità e scoperto spigolando su Internet. Chi si rivolge alle stelle è Josèphine, cicciottella co-protagonista, madre di due bambine e abbandonata dal marito in una Parigi inclemente e lontana anni luce dagli stereotipi romantici. Queste parole mi hanno colpito, non per la loro bellezza (sono anche piuttosto banali, in realtà) ma per la disperazione che ci ho letto dentro e per quella che, spesso, annuso nei discorsi delle mie amiche e, ogni tanto, nella mia testa (ma solo quando vedo qualche film strappalacrime). Ma è davvero questo di cui abbiamo bisogno, davvero non riusciamo a combinare niente senza un uomo (panacea di tutti i mali) accanto? Io non voglio fare una crociata contro il sesso forte, non mi sento di sostenere, in un rigurgito di adolescenza tardiva, che non abbia bisogno di avere una relazione forte e duratura. Ma non posso certamente fare da sponda a chi cerca conforto in un bastone da passeggio. Non mi interessa avere un uomo accanto per colmare i miei vuoti, ma per gioire ancora di più delle mie giornate. Non mi interessa se devo arrangiarmi da sola col rubinetto che perde o con l’immondizia da buttare anche quando fuori è buio e freddo. Un compagno di vita non dovrebbe servire per combinare qualcosa, ma dovrebbe sostenerti quando sei triste e incoraggiarti quando vuoi buttarti a capofitto in una cosa in cui credi con tutta te stessa. Poi, magari non riuscirai a combinare niente nella vita, ma avrai dato amore a chi hai scelto per te, a chi ha scelto te…

L’amore negato

“C’è una ragione se dicevo che sarei stata felice da sola. Non è perché pensassi che sarei stata felice da sola. Era perché pensavo che se avessi amato un uomo e poi fosse finita, potevo non farcela. E’ più facile stare da soli perché se impari che hai bisogno dell’amore e poi non lo hai, e se ti piace, e ti appoggi ad esso, se fondi la tua vita su di esso e poi tutto crolla… potresti sopravvivere a un dolore del genere? Perdere l’amore è come una lesione fisica, è come morire. L’unica differenza è che la morte è un attimo, e questo può andare avanti per sempre.” (Grey’s Anatomy, episodio 22 stagione 7)

Ho visto questo episodio ieri sera, mentre cercavo di riportare le mie gambe a dimensioni normali (avevano assunto la forma di un baobab), liquefatta sul divano, sfinita da una giornata di lavoro (pesante e interminabile) e stremata dal caldo afoso. Questo monologo finale mi ha molto colpito. Crudele e vero, spietato e sincero…

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