Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

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La terra trema

Tutto comincia alle 5.21, ora in cui cado rovinosamente dalle braccia di Morfeo senza motivo. Avevo a disposizione ben 39 minuti prima che la sveglia suonasse, invece no. Il mio cervello sceglie autonomamente l’autolesionismo. Fuori piove, di nuovo. Che palle! Mi alzo e avvio la giornata, come al solito.

Alle 8.21 io e Titti siamo sul corridoio di casa, pronte per uscire. Fuori il temporale.

Improvvisamente qualcosa ci blocca. Un boato lontano. Una specie di ululato soffocato che impregna ogni cosa. Per una manciata di secondi disconnetto la ragione e penso ad una folata di vento più forte del solito. Ma il pavimento balla. Sono pochi secondi (per fortuna), ma sembrano eterni. Il boato si allontana. Noi rimaniamo lì, immobili.

Poi scatta la reazione: Titti piange e io non riesco a calmare il tremore alle mani. Il telefono comincia a squillare. Comincia il tam tam della paura. Decido di uscire cercando di mantenere la calma, soprattutto per non terrorizzare oltre misura la mia bambina.

Per strada, il caos. Ognuno cerca conforto nello sguardo degli altri. Ma siamo tutti come inebetiti. Cerchiamo, ostinatamente, di fare le solite cose di sempre. Ma incappiamo nella paura. Titti salta la scuola, la porto in ufficio con me. Comincia una lunga giornata in compagnia dello sciame sismico.

Il terremoto ha colpito proprio la costa a ridosso di Palermo: 4.3 di magnitudo. Sembra poco, ma la terra ha tremato con violenza, in barba ai dati dei sismografi, e sarà difficile seguire i programmi imposti dalla nostra quotidianità. Ad ogni piccolo rumore, un tuffo al cuore sarà inevitabile. E sarà così per giorni.

Malika torna in Sri Lanka

Malika è dello Sri Lanka e mi aiuta nelle pulizie domestiche. Arriva la mattina, trafelata. In inverno coperta fino agli occhi. Contrariamente alle sue medie nazionali, è un donnone che non finisce mai, bella e stanca. Lei ride sempre ma i suoi occhi no. La incrocio alle 8 del mattino, varca la soglia e io sono lì che preparo le ultime cose prima di eiettarmi fuori da casa per accompagnare la mia bambina a scuola e per fiondarmi in ufficio. Io lo so che lei avrebbe voglia di parlare, di raccontarmi le sue cose, ma il tempo è tiranno e il suo italiano maldestro di certo non agevola la conversazione. Si prende cura delle mie cose, alcune volte con impennate strane. Sì, perché Malika nella sua testa è un’arredatrice mancata. Per cui se pensa che il vaso che ho messo sul davanzale della finestra non sia abbastanza valorizzato, lei lo prende e me lo schiaffa in cucina, sopra la credenza che per rientrarne in possesso devo sfidare, masticando improperi irripetibili, la dannata legge di gravità. Ogni tanto, quando capisce che la sottoscritta ha un nanosecondo a disposizione, tira fuori dalla borsa un mucchietto gualcito di fotografie. Orgogliosa e con gli occhi che le brillano, mi mostra i suoi figli  sparsi per il mondo. Malika ha anche un marito, ma di lui parla raramente. Da dodici anni vive nella mia città e, solo da qualche mese, è riuscita ad andare a vivere in una casa tutta sua, da sola. Ma, da qualche tempo, ha gli occhi più tristi del solito. Un giorno, quasi placcandomi perché non poteva più tacere, mi ha detto che si sente sola, che ha paura. Vivere per conto suo non è stata una grande idea, il peso della solitudine le è rotolato addosso e lei non sa come gestirlo. Per qualche giorno, mi ha raccontato, è stata costretta all’immobilità: atterrata da un insopportabile mal di schiena e da una febbre cavallina. Abbandonata a se stessa. Nessuno degli amici della comunità è andato a trovarla per prendersi cura di lei. Lo racconta con un’amarezza che mai avevo colto nelle sue parole. E poi, tutto d’un fiato, mi confessa che a giugno vuole tornare nel suo paese, a casa. Non vuole morire in un posto dove ha vissuto solo per lavorare, in un posto dove  se sparisce dalla circolazione nessuno si preoccupa di cercarla. Nella sua terra, mi racconta, ha una casa bellissima, a due piani. Ci vivrà da sola, ma almeno sa che la sua famiglia la sosterrà e le starà vicino. Rinunciare a Malika non sarà facile e non lo dico sol perché sa fare bene il suo lavoro, ma perché, malgrado il poco tempo che riesco a dedicarle per fare conversazione, la considero una di famiglia. Una persona che non perde mai occasione per stupirmi con la sua voglia di vivere e con la sua onestà. L’altra sera rientro a casa e trovo dei soldi sul tavolo. Ma da dove arrivano?, mi chiedo. Chiamo Malika, magari li ha dimenticati lei. Ci sono stata un quarto d’ora per capire cosa tentava di dirmi, ma alla fine mettendo insieme gli infiniti, dividendo i participi e moltiplicando gli aggettivi, sono riuscita a svelare l’arcano. Li avevo dimenticati io nella tasca del cappotto. Lei li ha trovati e  li ha posati sul tavolo. Voi direte, e che c’entra? C’entra, perché io quei soldi proprio non li ricordavo e lei non ha pensato minimamente di approfittarne. Non lo ha fatto mai la mia Malika, non ha mai approfittato di nulla…mi mancherà…

Balharà

C’è un sapore antico nelle pagine di Patrizia Argento, qualcosa che ti penetra dentro e non ti abbandona. Patrizia la conosco da tanto tempo, conosco la sua storia, i suoi figli e una parte di quel dolore che le ho letto nel volto per anni. Un dolore al quale non si è mai arresa, che ha scansato con grazia perché aveva tre ragazzi da crescere e non aveva tempo per le lacrime. E’ stata una meravigliosa compagna di lavoro, lei che fingeva di essere dura e poi mi accarezzava timidamente la pancia quando aspettavo Gaia. Un giorno mi disse, a me che vagavo a scatti per l’ufficio, cercando di nascondere le mille paure che accompagnavano la mia gravidanza: “Vedrai, sarà una cosa impegnativa, ma non ti stancherai mai e ogni giorno ringrazierai Dio per averti dato questa gioia”.

E questa tenerezza, mista ad una incrollabile fermezza, c’è in ogni pagina del suo ultimo romanzo “Balharà” che segue, dopo tre anni, “Vicolo San Michele Arcangelo”. Balharà è il nome arabo di Ballarò, uno dei mercati più famosi del centro storico di Palermo. Entrarci è come fare una passeggiata indietro nel tempo, un suk arabo che si mescola alle voci, alle persone e alle tradizioni di una città che ha visto tempi migliori. Nei vicoli di questa Palermo, dal cuore tenero e crudele, abita la signora Pina, bella e seducente popolana, ex maestra, vedova e con due figli emigrati in Germania. Lei, rimasta sola e andata in pensione prima del dovuto, perché le quattro mura della scuola non le poteva più soffrire, parla e si confida con la foto di Salvatore, il marito morto in un tragico incidente sul lavoro. Ma la signora Pina è protagonista e spettatrice della vita del vicolo in cui abita e proprio lì si snoda tutta la sua esistenza fatta di cose semplici. Di amicizia, di rapporti  più o meno contrastati con i vicini, di slanci di generosità, di amore. Sì, perché Pina Barone, tra i vicoli trova anche l’amore. Quello dell’età matura a cui si ha paura di concedersi perché “non sta bene e cosa deve pensare la gente”, quello che lei tenta di soffocare, inutilmente.

E dentro queste 128 pagine, in cui sono riuscita a passeggiare negli angoli più remoti della mia città che non vedo spesso, perché lontani dal mio quotidiano, sono tornata bambina, mi sono fatta cullare dal suono antico del mio dialetto, mi sono riappropriata della mia identità. Ho accompagnato la signora Pina a fare la spesa al mercato, ho assaporato l’eleganza del cavaliere Boccafusca e la grazia antica e scomposta di Ignazio, uno dei posteggiatori “autorizzati” che trovi in ogni angolo delle strade. Ho amato con tutta me stessa la piccola Yo-Yo, tenerissima bimba extracomunitaria attorno alla quale si snoda la struttura del romanzo. Un romanzo che, dietro al mistero di una piccoletta comparsa dal nulla che trova rifugio tra le braccia di Pina, è un inno alla gioia, all’amore che non chiede nulla in cambio, alla passione.

Patrizia Argento ci ha messo dentro tutta se stessa, io la conosco e lo so. E la ringrazio per avermi donato questo suo scampolo di vita e per avermi permesso di parlarne in questo blog.

 

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