Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

Articoli con tag ‘parole’

Pezzi di vita…

La mia bambina è tornata. Piccola pausa dal papà, per un fine settimana con mamma. Il mese di agosto è diviso in due, per lei, per me. Due settimane con papi e due con mami. Ma stasera è tornata. Grande boccata d’ossigeno per la sottoscritta che mal digerisce queste lontananze forzate. E’ tornata perchè sentiva la mia mancanza, è tornata perchè due settimane fuori casa sono troppe. Insomma, è qui. Abbiamo parlato, mi ha raccontato cosa ha fatto e chi ha visto in questi giorni e adesso mi ha chiesto di guardare in tv, prima di cena, i suoi cartoni preferiti. Quando la mia piccola è fuori, la chiamo un numero imprecisato di volte al giorno (mi infastidisce molto essere oppressiva, ma non ce la faccio a non sentirla) e lei, presa dai suoi giochi e dagli amici, mi risponde in modo frettoloso, lasciandomi appesa al telefono col broncio che monta dentro senza confini. Sì, perchè sono io a mettere il broncio, in una strana teoria dei ruoli ribaltati, sono io che ci rimango male se lei ha le sue cose da fare SENZA DI ME e nessuna voglia di parlarne attraverso un telefono che gracchia o rimbomba. E c’ha ragione, lo so. Me ne farò una ragione? Conoscendomi, non credo.

Mi tormenta l’idea di perdermi pezzi della sua vita, di non vedere i sorrisi che regala a chi io non conosco, di non sentire le parole che articola parlando di sè o della sua famiglia. Non mi abituerò mai, “maissimo”. Se dovessi seguire i consigli della mia amica di blog, Ifigenia, stasera dovrei improvvisare una cenetta succulenta e godercela non solo con le coccole ma anche col palato. Ma io non sono una gran cuoca e stasera mi arrangerò col mio solito basic da gourmet improvvisato. Ma ho un programma, a mio giudizio, più interessante: dopo cena, si fa “bidibodibù” sul lettone, ci si racconta barzellette, si ride come le sceme e si fanno programmi per questo fine settimana che spero duri cent’anni. Buon week end a tutti!

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Io e la misticanza

Oggi mi sento come la misticanza. Come quell’aggregato di verdurine domestiche e selvatiche che metti nel piatto, le condisci e van giù che è una meraviglia. Ben lungi dal sentirmi una meraviglia (mai provata quest’ebbrezza, forse è il caso che guardi le pagine gialle alla voce psicoterapeuti…), il paragone nasce da una sensazione di miscuglio forsennato che mi prende a cazzotti sullo stomaco. Miscuglio di idee che non so dove collocare (tipo puzzle di un quadro di Picasso), amalgama di parole che spingono sulla lingua ma non riescono a venir fuori, intruglio di me stessa che più cerco di analizzare e più mi viene mal di testa.

Sarà perché stamattina mi sono svegliata alla 5 e amen. Ho contato le pecore e pure le nuvole, ho pensato “positivo” (o almeno c’ho provato, tempo impiegato: 1 decimo di secondo), mi sono data dell’idiota (tempo impiegato: 1 ora e 1 quarto) e poi ho ceduto. Mi sono alzata, coi capelli che nemmeno col rastrello sono riuscita a domarli, ho fatto colazione (premio di consolazione: un croissant con la nutella che traboccava) e ho cercato di togliermi un punteruolo che qualcuno, stanotte e in silenzio, mi ha conficcato sulla schiena. Ora sono le tre e mezza del pomeriggio e, col punteruolo che mi trafigge ancora nello stesso punto, aspetto che inizi una di quelle riunioni di lavoro che già mi provoca una condensa cerebrale irreversibile (vi prego, vi prego se proprio dobbiamo parlare, pianificare, progettare, etc, non possiamo farlo in assoluta sintesi? Non possiamo, almeno solo per oggi, farci baciare da un’improvvisa elargizione di parole brevi e concrete, da concetti essenziali e privi di terminologie paradossali? Giuro che il primo quadrupede che mi parla di “attenzionare” o di “sinergia”, lo aggredisco e lo addento alla giugulare. Ma ogni tanto, non si può chiedere un giorno di riposo da se stessi, dal lavoro, dai ciacolatori astrusi e da tutto quello che poi, sul finir della sera, ti rimane sul groppone e sembra che un giorno sia durato sette vite? No? Non lo prevede nessun contratto collettivo nazionale? Ho capito, allora non mi resta che mordere… (E se mi chiedete perché ho scritto tutta ‘sta manfrina, mordo pure voi…oggi mi gira così e volevo farvi partecipi…)

Donne in rinascita

 “Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta. Che uno dice: è finita. No, non è mai finita per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti fa la morte o la malattia.Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola. Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai. E sei tu che lo fai durare.

Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo; che sei terrorizzata che una storia ti tolga l’aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s’infiltri nella tua vita.
Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane. Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto. Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: “Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così”. E il cielo si abbassa di un altro palmo.

Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasqua. In quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima ed è passato tanto tempo, e ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata. Comunque sia andata, ora sei qui e so che c’è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine.
Ed è stata crisi, e hai pianto.

Dio quanto piangete! Avete una sorgente d’acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo. E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l’aria buia ti asciugasse le guance?
E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate, ragazze! Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore. “Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza?”
Se lo sono chiesto tutte. E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli. Un puzzle inestricabile.

Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? E’ da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.

Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te. Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa. Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente. Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va, va in corsa. E’ un’avventura, ricostruire se stesse. La più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli.

Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono capire e vedere: “Attenti: il cantiere è aperto, stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto per noi stesse”.

Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa. È la primavera a novembre. Quando meno te l’aspetti…” (Testo originale di Diego Cugia, alias Jack Folla)

 L’ho letto mille volte e lo trovo sempre bellissimo…Lo regalo a tutte quelle che, come me, diranno: “Ecco, questa sono io…”

E se poi volete completare l’opera ascoltate il testo recitato da Fabio Volo.

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