Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

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Ehi tu, delusa…

spiaggiaTenebrosa, troppo immersa nel suo mondo per guardare al presente con un sorriso. E perché sorridere poi? Nel suo mondo ideale, quando era bambina, c’erano tutti i colori dell’arcobaleno. Se solo si affacciava su questo emisfero reale, aveva voglia di fuggire lontano. Allora, meglio star lì a guardare gli altri.  Perché lei, col tempo,  è  diventata molto brava ad osservare e ad ascoltare, un po’ meno, molto meno, a parlare di sé. Quando lo fa, usa modi spicci, quasi in punta di piedi butta lì qualcosa che le fa piangere il cuore. Ma se solo si accorge che lo sguardo di chi dovrebbe ascoltare diventa vacuo e distratto, allora si ferma. Sa già che è meglio lasciar perdere. E con una punta di amaro in bocca, cerca di far sorridere il suo falso interlocutore con qualche battuta, giusto per far capire che tanto a lei non importa se non è stata ascoltata, va bene lo stesso e andrà avanti per la sua strada. E questo lo pensa davvero, con un po’ di rabbia, ma lo pensa davvero. E meno male che lo pensa sul serio, perché sai con quanta gente dagli occhi vacui ha dovuto fare i conti… Che se solo fosse stata un tantino più fragile di quanto non sia, avrebbe già dato di matto da un pezzo. Invece guarda tutti, osserva, scruta il prossimo. Prima non si difendeva, non molto almeno, adesso sì. E’ armata fino ai denti. Ci prova lo stesso a fidarsi, ma ci mette un po’ di più prima a lanciarsi nel vuoto. Ma le mazzate le prende ugualmente. A questo si è rassegnata. Ma ormai ha imparato a distinguere gli occhi vacui da quelli gentili e attenti. Ha anche imparato che i primi si manifestano subito, i secondi sono traditori perché, spesso, durano poco. Ma non si aspetta più nulla. Ha imparato la lezione. Tenebrosi si nasce e non c’è alcun motivo per cambiare. Non su questa terra…

I Giorni della Paralisi

“Quante donne seguono la mia stessa routine? Centinaia di migliaia in tutto il mondo. Donne di quarant’anni con la vita sulle spalle, magari insignificanti e inoffensive, alcune più intelligenti, altre più gentili, altre ambiziose o divertenti, ma in fin dei conti, tutte uguali. Lottano ferocemente per essere riconosciute come creature speciali, si battono per fare la differenza, com’è nel loro diritto. Tutte esauste. Obbediscono al medesimo standard. Se ne hai vista una le hai viste tutte. Certi giorni non entri  in sintonia con tuo marito, le storie dei tuoi figli le trovi noiosissime, e sogni di andare a letto con George Clooney. Altri giorni, invece, non senti nulla, così, semplicemente. Fai tutto meglio che puoi, ma sempre in modo meccanico. E se qualcuno t’investe mentre attraversi la strada, non te ne accorgi neanche. Non soffri, sei un pezzo di ghiaccio. Quando i giorni così cominciano a moltiplicarsi, li definisco ufficialmente “I Giorni della Paralisi”, anche se, credetemi, ci metto un po’ a rendermi conto che ci sono finita dentro, perché è l’immobilità stessa che mi acceca” (Marcela Serrano, Dieci donne- Francisca).

A chi di voi non è mai capitato? Sentire che una parte di te fugge via e per quanto ti sforzi di rientrarne in possesso, non ci riesci. Sei come paralizzata da questo senso di non appartenenza che, certe volte, è meglio della consapevolezza. Ti sembra che rimanere immobile a guardarti vivere sia l’unica soluzione possibile, la meno dolorosa. Però poi, per fortuna, succede qualcosa, un messaggio, una voce cara, una solenne cazziata da parte di un’amica o di un amico e apri gli occhi…la luce è accecante…inforchi gli occhiali da sole e sei pronta…metti in saccoccia le tue paturnie, le tue paure, tiri su le spalle e ricominci…ad essere te stessa.

Riunioni e capoccioni

Tre contro dieci. Ovvero, tre femmine contro dieci maschi. Location: la villa del circolo polare artico. Occasione imperdibile: riunione di capoccioni (tutti ammassati contro l’unica stufa a disposizione). Le femmine, tra cui io, ascoltano. La sottoscritta dovrebbe scrivere un comunicato e, mentalmente, chiama a raccolta i santi numi, perché decodificare il verbo dei capoccioni è come fare i cruciverba di Bartezzaghi, più ti accanisci più vai in tilt. Ma se i cruciverba hanno una loro logica e una grande summa di nozioni “de curtura”, dai capoccioni si attinge solo un miserrimo excursus di paroloni che, messi insieme, non vogliono dire proprio NIENTE. Allora, guardi l’orologio cercando di fingere interesse. L’occhio si tramuta in pampina e temi di crollare svenuta da un momento all’altro. Accanto a me la quarta donna, taciuta prima perché teoricamente farebbe parte dei capoccioni, si dimena sulla sedia, bofonchia qualcosa e poi si alza annunciando alla platea che deve fare pipì. Ventisei occhi allibiti la guardano per un attimo, si interrompe il cicaleccio politichese che però, dopo il disorientamento legato alla comunicazione di improcrastinabili esigenze fisiologiche, riprende più forte e confuso di prima. Si alza un tizio con la testa che sembra un uovo di Pasqua, collo taurino strozzato da una cravatta Regimental che nemmeno mio nonno, con tutto il rispetto…Ha l’aria di chi deve dire qualcosa per cui il mondo un giorno lo ringrazierà…cita articoli e commi di legge, s’incappera perché “mannaggia a questo governo” , sforna 2 o 3 qualunquismi mentali e si siede. Ho la pupilla dilatata, queste elucubrazioni hanno in me un effetto ipnotico, va in trance anche il cervello, il mio, che si rifiuta di continuare ad ascoltare. E mentre sto per gettare la spugna della concentrazione, si alza il capoccione-nano. Sigaro che gli pende a metà del labbro (per fortuna spento), le maniche della giacca che coprono le nocche delle dita, in mano un faldone che consulta freneticamente. Mioddio! Se comincia a citare ogni singolo foglio che ha dentro quel coso, saremo costretti a ordinare cornetti e caffè. Legge qualcosa, agitando mani e braccia, tracciando linee contorte nell’aere, ormai mefitico, della stanza (c’è pure una vaga puzza di piedi), sto per mettermi a urlare. Qualcuno mi bussa sulla spalla, mi volto di scatto sperando in un miracoloso annuncio del tipo “bisogna evacuare la villa, sta per atterrare un’astronave”. Poi mi ravvedo…ma va’ gli extraterrestri sono già davanti a me, speranza vana. La mia collega cerca di attirare la mia attenzione, bussa di nuovo sulla mia spalla. La guardo, ha gli occhi liquidi di chi non ha smesso di sbadigliare per un solo secondo. Cerca conforto. Le rispondo grugnendo.  Ore 19.45: il mio stomaco brontola sonoramente, ho al mio attivo uno squallido calzone al forno. L’assemblea ormai è un ammasso di voci che si accavallano. Sono tutti in piedi, parlano senza ascoltarsi. Ognuno deve dire la sua e se ne frega del contraddittorio, sono contenti di esprimere una frase di senso compiuto, se gli altri non li filano neanche un po’, va bene lo stesso. Ore 20.30: i faldoni cominciano a chiudersi, i cellulari squillano a più non posso. I capoccioni parlano al telefono in tutta segretezza, mettendosi la mano davanti alla bocca per nascondere il labiale. Tranquilli, già non vi capisco quando parlate ai quattro venti, figuratevi se mi butto nell’impresa di interpretare i sussurri telefonici. Sante mogli!, mentalmente le ringrazio…A molte di loro devo la fine di questo lungo pomeriggio. Avranno già calato la pasta e cazziano i capoccioni che sono sempre in ritardo. La seduta è sciolta. Vista l’ora, il comunicato slitta all’indomani. Spero che la notte mi porti consiglio, perché se dovessi scrivere anche solo una riga di quello che ho sentito, meglio sarebbe rispolverare il codice di Hammurabi.

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