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La maledizione dei romanzi rosa

Alzi la mano chi non è colpevole! Scagli la prima pietra chi, in età adolescenziale, non ha sfogliato almeno un paio di romanzetti rosa. Se c’è QUALCUNA che non ha mai sognato il principe azzurro, lo dica ora o taccia per sempre. Dai 12 anni in poi, ai miei tempi (ora non so), il virus cominciava a circolare tra i banchi di scuola, fra un compito di matematica e un’interrogazione inaspettata. Ci scambiavamo questi testi di dubbia fama sottobanco, all’insaputa della prof d’italiano che, per nostra fortuna, portava in classe un registratore con le musiche di De Andrè e ci faceva imparare a memoria dei testi che, malgrado la lobotomia imposta dalle pagine strappalacrime, mi sono rimasti impressi in maniera indelebile. Eppure, malgrado i tanti input di straordinaria cultura poetica, il virus l’ho beccato anch’io. E con Liala fu amore a prima vista. Il suo aviatore/eroe sempre incredibilmente gentile e premuroso, gli amori contrastati e l’immancabile lieto fine.

Ma poi, dopo un insano periodo di annebbiamento, mi accorsi che i libri di Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi (al secolo Liala), erano sempre la stessa solfa. Una sorta di copia/incolla della sua vita, ripetuta con poche varianti e tutta incentrata sul ricordo del suo amato e perduto amore, un ufficiale della Regia Aeronautica. Ricordo che con mia cugina passavamo i pomeriggi d’estate sdraiate sull’amaca a sognare, a ripetere con sguardo ebetico: “che bello sarebbe incontrare un uomo così”. Ok, va bene, fine del sogno. Il principe azzurro non esiste e ce ne siamo fatte una ragione. Ma quanta della nostra sanità mentale sarebbe ancora intonsa se non ci avessero propinato, dalle fiabe in poi, ‘sto mito del principe azzurro? Ci hanno cresciuto a latte e cavalli bianchi, a pane e marmellata con contorno di occhi languidi e di “vissero felici e contenti”. Ma questa scoperta traumatica, legata all’assenza dell’uomo perfetto (almeno nel nostro sistema solare), l’abbiamo fatta a nostre spese. E quando abbiamo digerito il rospo (quello da ingoiare e non quello da baciare), abbiamo aggiornato il file e addio. Ma la cosa incredibile è che su questo dato di fatto universale ci ricamino ancora studi e sondaggi. L’altro giorno su Repubblica, leggevo che una psicologa/scrittrice britannica, Susan Quilliam, ha pubblicato uno studio in cui afferma che “i romanzi rosa fanno male alle coppie, alla sessualità e, in parole povere, a tutte le donne che leggendoli si illudono, sognano, si attendono vite sentimentalmente principesche e finiscono con il non accettare la prosaica realtà, rovinandosi da sole ogni relazione d’amore…le trentenni e le quarantenni di oggi, alle prese con la routine dei bambini e del lavoro, tendono a tuffarsi in mondi immaginari non riuscendo più a trovare interessante l’uomo in carne e ossa con cui vivono…”. Fin qui niente di nuovo. In realtà, io ho smesso da tempo immemore di leggere romanzi rosa, di immaginarmi mondi paralleli e di sognare a occhi aperti e all’illusione si è sostituita una rassegnata disillusione. Ma mi chiedo: le relazioni tra uomo e donna, naufragano realmente per queste aspettative irrealizzabili oppure dietro ai fallimenti del cuore c’è qualcosa di più serio e di geneticamente incompatibile? 

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