Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

Articoli con tag ‘lavoro’

Grandi amori

Ci sono cose che ti entrano dentro come un bicchier d’acqua in una giornata afosa. Vanno giù che è un piacere e ti lasciano assolutamente appagata. Ieri sera, nei miei soliti affanni post-lavoro, ero per strada e tiravo dritto come una locomotiva a vapore. Il marciapiede era di quelli ampi come un’autostrada. Li ho visti, quindi, arrivare da lontano. Lui era alto, andatura un po’ dinoccolata, sostenuta da un bastone. Lei gli camminava accanto, piccoletta e fragile, con un cappello fucsia, piccola macchia di colore nel buio della sera. Camminavano un po’ indecisi, come chi vorrebbe fare di più ma non può. Li incrocio. Li guardo. Si tengono per mano e parlano fitto fitto, sorridendo. Entriamo nello stesso negozio. La mia curiosità mi costringe a seguirli con lo sguardo. Cercano un maglione per lui e una sciarpa per lei. Lo capisco perché si fermano a parlare con una delle commesse. La signorina li conduce ad uno degli stand e cominciano la ricerca. Continuo a guardarli mentre mia figlia si prova una ventina di cappelli. Loro sentono le risate della mia bambina, davanti allo specchio con un improbabile cappello rosso che le scende quasi fino al naso, e si voltano. La guardano divertiti e le sorridono. Continuano a cercare fra le maglie gettate alla rinfusa. Hanno mani nodose, costellate da macchie scure. Hanno vestiti un po’ retrò e scarpe massicce, di quelle che si indossano per non rischiare i geloni. Mi sento vagamente impicciona, ma non smetto di guardarli con la coda dell’occhio. Osservano i tagliandini dei prezzi, lei gli sussurra qualcosa all’orecchio e mollano la presa. Si prendono nuovamente per mano ed escono dal negozio. Io rimango lì, a guardare le loro spalle che si allontanano. Avranno avuto circa 80 anni ciascuno, ma si tenevano ancora per mano. Complici. Uniti. Avrei voluto corrergli dietro, fermarli e chiedergli: “Come ci siete riusciti, come si fa?”

Discriminazione

Stamattina ho trovato questo articolo, ho dovuto leggerlo due volte perchè la mia mente si rifiutava di metabolizzarlo. Ve lo giro così com’è. Si commenta da solo.

Quando arriva la crisi, spesso si lasciano a casa parte dei dipendenti, licenziandoli o mettendoli in cassa integrazione. Quello che però è successo in una fabbrica di Inzago, in provincia di Milano, la Ma-Vib, è probabilmente inedito. Secondo quanto riferito da Corriere e altri autorevoli quotidiani online, i responsabili della piccola fabbrica (trenta operai in tutto, dodici uomini e diciotto donne) hanno deciso di lasciare a casa solo gli operai di sesso femminile. E il comportamento dei loro colleghi maschi non è stato esattamente quello che si potrebbe dire da gentiluomini.

La Ma-Vib è una azienda che produce elettrodomestici ed elettronica varia, soprattutto motori elettrici per impianti di condizionamento, con sede a Inzago. Una piccola azienda a conduzione familiare, attiva da circa 25 anni. Dieci mesi fa l’azienda era stata costretta a mettere in cassa integrazione ordinaria quattordici dipendenti. Tredici donne, e un uomo. Dieci mesi dopo la situazione è peggiorata, tanto che la Ma-Vib ha deciso di licenziare alcuni dipendenti. Quando le parti sociali (sindacati, associazioni di categoria e proprietà) si sono trovate al tavolo per l’aggiornamento sulla situazione, la proprietà dell’azienda ha spiegato che sarebbero rimasti a casa tra i dieci e i tredici dipendenti. Di nuovo tutte donne. «Sono state scelte le donne perché potranno stare a casa a curare i loro bambini e quello che portavano a casa era comunque il secondo stipendio», è stata la spiegazione della proprietà.

I titolari (nonno, padre e nipote) non rilasciano commenti e rimangono chiusi nei loro uffici. Intanto, d’accordo con i sindacati, ieri i dipendenti dell’azienda avevano deciso lo sciopero generale, licenziati e non, uomini e donne. Ma stamattina, al momento di presentarsi davanti ai cancelli per dare inizio alle proteste, fuori dei cancelli sono rimasti solo i licenziati, cioè le donne. Gli uomini? Hanno preferito varcare le soglie e prendere normalmente il loro posto di lavoro.

Stress e così sia…

In Inghilterra lo chiamano “burnout”, noi lo conosciamo dai tempi della pietra col nome di stress, quello sottotitolato alla pagina “chepallelavorare”. Lo stesso che ci fa sentire una ciofeca cinque giorni su sette, che ci riduce carponi dopo una giornata davanti alla scrivania e che ci fa drizzare i capelli in testa al pensiero che l’indomani si ricomincia. Personalmente, dopo una giornata non stop, l’unica cosa che faccio quando esco dall’ufficio è abbaiare al mondo. Rapporti sociali azzerati, attività extra ridotte al lumicino, cellulare che squilla a vuoto. La sindrome da burnout è stata analizzata da una ricerca scientifica ed è emerso che ci sono tre diversi tipi di stressati pazzi: i frenetici, i consumati e i sottoutilizzati. I frenetici sono quelli che lavorano più di 40 ore alla settimana, persone ambiziose con molti impegni e doveri lavorativi. Tra i frenetici ci sono anche gli stressati da doppio lavoro e le persone assunte con contratti a termine, della serie oltre allo stress da lavoro c’hanno pure quello, più che ansiogeno, associato al terrore di rimanere disoccupati. Lo stressato “consumato“, è quello che fa da tanti anni lo stesso lavoro e che si annoia a morte. Infine, ci sono i sottoutilizzati che hanno un impiego monotono, noioso e privo di opportunità di carriera. E pensate un po’ cosa hanno scoperto questi geni della lampada? In quest’ultima categoria, trovano spazio soprattutto le donne, troppo spesso tagliate fuori dalla stanza dei bottoni. Il mio stress, di fatto, ondeggia tra le tre categorie: frenetica non per ambizione ma per necessità: quando devo chiudere la rivista mi trovo a saettare tra due pc e a mandare e ricevere tonnellate di email; consumata solo quando mi rendo conto che questo lavoro del piffero avrei potuto farlo meglio se fossi nata in Papuasia; sottoutilizzata sì, perché quando il capo spara fregnacce a raffica l’unica cosa che vorrei fare sarebbe spifferare un monologo di parolacce, e magari pure qualche manrovescio, e invece devo sottoutilizzare la mia lingua, ingoiare il rospo e fare appello alle mie scarse doti diplomatiche.

 E voi, che tipo di stressati siete?

Nooooooooo….

Non ci posso credere, è finita! Tre settimane volate via in un soffio. Sono tornata al lavoro o ho tutti i sintomi nefasti da rientro: mal di testa, nausea, orrore per tutti i bipedi mammiferi che mi chiedono cose, che pretendono attenzione, che mi costringono a fare finta che la mollezza delle mie vacanze sia stata solo un sogno. Mollezza è l’equivalente di non fare una mazza per tutto il giorno. Avere solo qualche preoccupazione spicciola, tipo la crema solare che è finita,  non sapere che libro comprare dopo i mille che hai divorato sotto il sole cocente, ritrovare in mezzo al marasma della valigia il costume da urlo, strappato al volo da un manichino durante gli sconti. E oggi mi è toccato anche ringhiare… che nemmeno Cerbero sarebbe arrivato a tanto… Arrivi in ufficio che più nera non si può (abbronzatura a parte) e trovi messaggi, elenco di persone che ti hanno cercata e che devi richiamare “urgentemente”, post-it attaccati pure al muro per ricordarti che devi fare (sempre urgentemente, ovvio) uno stramare infinito di cose. Ma che c…, ma in ferie ci sono andata solo io? Sono tutti rimasti incollati alla scrivania? Tutti stacanovisti, alla faccia mia. E ora, ditemi: quand’è la prossima vacanza? Ma se è troppo lontana da oggi, perfavore, ditemelo con cautela… Vabbè, bentrovati! 

Io e la misticanza

Oggi mi sento come la misticanza. Come quell’aggregato di verdurine domestiche e selvatiche che metti nel piatto, le condisci e van giù che è una meraviglia. Ben lungi dal sentirmi una meraviglia (mai provata quest’ebbrezza, forse è il caso che guardi le pagine gialle alla voce psicoterapeuti…), il paragone nasce da una sensazione di miscuglio forsennato che mi prende a cazzotti sullo stomaco. Miscuglio di idee che non so dove collocare (tipo puzzle di un quadro di Picasso), amalgama di parole che spingono sulla lingua ma non riescono a venir fuori, intruglio di me stessa che più cerco di analizzare e più mi viene mal di testa.

Sarà perché stamattina mi sono svegliata alla 5 e amen. Ho contato le pecore e pure le nuvole, ho pensato “positivo” (o almeno c’ho provato, tempo impiegato: 1 decimo di secondo), mi sono data dell’idiota (tempo impiegato: 1 ora e 1 quarto) e poi ho ceduto. Mi sono alzata, coi capelli che nemmeno col rastrello sono riuscita a domarli, ho fatto colazione (premio di consolazione: un croissant con la nutella che traboccava) e ho cercato di togliermi un punteruolo che qualcuno, stanotte e in silenzio, mi ha conficcato sulla schiena. Ora sono le tre e mezza del pomeriggio e, col punteruolo che mi trafigge ancora nello stesso punto, aspetto che inizi una di quelle riunioni di lavoro che già mi provoca una condensa cerebrale irreversibile (vi prego, vi prego se proprio dobbiamo parlare, pianificare, progettare, etc, non possiamo farlo in assoluta sintesi? Non possiamo, almeno solo per oggi, farci baciare da un’improvvisa elargizione di parole brevi e concrete, da concetti essenziali e privi di terminologie paradossali? Giuro che il primo quadrupede che mi parla di “attenzionare” o di “sinergia”, lo aggredisco e lo addento alla giugulare. Ma ogni tanto, non si può chiedere un giorno di riposo da se stessi, dal lavoro, dai ciacolatori astrusi e da tutto quello che poi, sul finir della sera, ti rimane sul groppone e sembra che un giorno sia durato sette vite? No? Non lo prevede nessun contratto collettivo nazionale? Ho capito, allora non mi resta che mordere… (E se mi chiedete perché ho scritto tutta ‘sta manfrina, mordo pure voi…oggi mi gira così e volevo farvi partecipi…)

E io pago…

Ho sentito questa notizia alla radio e sono rimasta di sale. L’oggetto del contendere era la manovra finanziaria e i suoi scheletri nell’armadio (tanti, ovviamente). Fra questi, la tassa sui processi di lavoro, una norma folle, e contraria alla dignità e ai diritti dei lavoratori, contenuta nell’art.37. In parole nude e crude, se sei un povero cristo che si spacca la schiena dalla mattina alla sera e qualcosa nella tua vita professionale gira storto, attento a come ti muovi, perché per fare valere i tuoi diritti adesso devi pagare e pure profumatamente. Ciò significa che, se sei oggetto di vessazioni da parte dei tuoi superiori, se subisci mobbing o vieni licenziato ingiustamente, per avere un giusto processo devi pagare dazio: un esborso non proprio irrisorio, che si aggira intorno ai 250 euro. E se hai uno stipendio da fame, ci penserai venti volte prima di rivolgerti agli organi competenti, ti mangerai i gomiti per la rabbia e per la frustrazione ma, alla fine, ti toccherà ingoiare il rospo. Come la chiamiamo questa? La legge è uguale per tutti ma solo se hai un conto corrente di tutto rispetto? Incentivo ai lavoratori per produrre in maniera più efficiente e serena? Vabbè, lasciamo perdere…leggetevi l’articolo di Walter Passerini…

Tag Cloud

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: