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Balharà

C’è un sapore antico nelle pagine di Patrizia Argento, qualcosa che ti penetra dentro e non ti abbandona. Patrizia la conosco da tanto tempo, conosco la sua storia, i suoi figli e una parte di quel dolore che le ho letto nel volto per anni. Un dolore al quale non si è mai arresa, che ha scansato con grazia perché aveva tre ragazzi da crescere e non aveva tempo per le lacrime. E’ stata una meravigliosa compagna di lavoro, lei che fingeva di essere dura e poi mi accarezzava timidamente la pancia quando aspettavo Gaia. Un giorno mi disse, a me che vagavo a scatti per l’ufficio, cercando di nascondere le mille paure che accompagnavano la mia gravidanza: “Vedrai, sarà una cosa impegnativa, ma non ti stancherai mai e ogni giorno ringrazierai Dio per averti dato questa gioia”.

E questa tenerezza, mista ad una incrollabile fermezza, c’è in ogni pagina del suo ultimo romanzo “Balharà” che segue, dopo tre anni, “Vicolo San Michele Arcangelo”. Balharà è il nome arabo di Ballarò, uno dei mercati più famosi del centro storico di Palermo. Entrarci è come fare una passeggiata indietro nel tempo, un suk arabo che si mescola alle voci, alle persone e alle tradizioni di una città che ha visto tempi migliori. Nei vicoli di questa Palermo, dal cuore tenero e crudele, abita la signora Pina, bella e seducente popolana, ex maestra, vedova e con due figli emigrati in Germania. Lei, rimasta sola e andata in pensione prima del dovuto, perché le quattro mura della scuola non le poteva più soffrire, parla e si confida con la foto di Salvatore, il marito morto in un tragico incidente sul lavoro. Ma la signora Pina è protagonista e spettatrice della vita del vicolo in cui abita e proprio lì si snoda tutta la sua esistenza fatta di cose semplici. Di amicizia, di rapporti  più o meno contrastati con i vicini, di slanci di generosità, di amore. Sì, perché Pina Barone, tra i vicoli trova anche l’amore. Quello dell’età matura a cui si ha paura di concedersi perché “non sta bene e cosa deve pensare la gente”, quello che lei tenta di soffocare, inutilmente.

E dentro queste 128 pagine, in cui sono riuscita a passeggiare negli angoli più remoti della mia città che non vedo spesso, perché lontani dal mio quotidiano, sono tornata bambina, mi sono fatta cullare dal suono antico del mio dialetto, mi sono riappropriata della mia identità. Ho accompagnato la signora Pina a fare la spesa al mercato, ho assaporato l’eleganza del cavaliere Boccafusca e la grazia antica e scomposta di Ignazio, uno dei posteggiatori “autorizzati” che trovi in ogni angolo delle strade. Ho amato con tutta me stessa la piccola Yo-Yo, tenerissima bimba extracomunitaria attorno alla quale si snoda la struttura del romanzo. Un romanzo che, dietro al mistero di una piccoletta comparsa dal nulla che trova rifugio tra le braccia di Pina, è un inno alla gioia, all’amore che non chiede nulla in cambio, alla passione.

Patrizia Argento ci ha messo dentro tutta se stessa, io la conosco e lo so. E la ringrazio per avermi donato questo suo scampolo di vita e per avermi permesso di parlarne in questo blog.

 

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