Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

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Ehi tu, delusa…

spiaggiaTenebrosa, troppo immersa nel suo mondo per guardare al presente con un sorriso. E perché sorridere poi? Nel suo mondo ideale, quando era bambina, c’erano tutti i colori dell’arcobaleno. Se solo si affacciava su questo emisfero reale, aveva voglia di fuggire lontano. Allora, meglio star lì a guardare gli altri.  Perché lei, col tempo,  è  diventata molto brava ad osservare e ad ascoltare, un po’ meno, molto meno, a parlare di sé. Quando lo fa, usa modi spicci, quasi in punta di piedi butta lì qualcosa che le fa piangere il cuore. Ma se solo si accorge che lo sguardo di chi dovrebbe ascoltare diventa vacuo e distratto, allora si ferma. Sa già che è meglio lasciar perdere. E con una punta di amaro in bocca, cerca di far sorridere il suo falso interlocutore con qualche battuta, giusto per far capire che tanto a lei non importa se non è stata ascoltata, va bene lo stesso e andrà avanti per la sua strada. E questo lo pensa davvero, con un po’ di rabbia, ma lo pensa davvero. E meno male che lo pensa sul serio, perché sai con quanta gente dagli occhi vacui ha dovuto fare i conti… Che se solo fosse stata un tantino più fragile di quanto non sia, avrebbe già dato di matto da un pezzo. Invece guarda tutti, osserva, scruta il prossimo. Prima non si difendeva, non molto almeno, adesso sì. E’ armata fino ai denti. Ci prova lo stesso a fidarsi, ma ci mette un po’ di più prima a lanciarsi nel vuoto. Ma le mazzate le prende ugualmente. A questo si è rassegnata. Ma ormai ha imparato a distinguere gli occhi vacui da quelli gentili e attenti. Ha anche imparato che i primi si manifestano subito, i secondi sono traditori perché, spesso, durano poco. Ma non si aspetta più nulla. Ha imparato la lezione. Tenebrosi si nasce e non c’è alcun motivo per cambiare. Non su questa terra…

La terra trema

Tutto comincia alle 5.21, ora in cui cado rovinosamente dalle braccia di Morfeo senza motivo. Avevo a disposizione ben 39 minuti prima che la sveglia suonasse, invece no. Il mio cervello sceglie autonomamente l’autolesionismo. Fuori piove, di nuovo. Che palle! Mi alzo e avvio la giornata, come al solito.

Alle 8.21 io e Titti siamo sul corridoio di casa, pronte per uscire. Fuori il temporale.

Improvvisamente qualcosa ci blocca. Un boato lontano. Una specie di ululato soffocato che impregna ogni cosa. Per una manciata di secondi disconnetto la ragione e penso ad una folata di vento più forte del solito. Ma il pavimento balla. Sono pochi secondi (per fortuna), ma sembrano eterni. Il boato si allontana. Noi rimaniamo lì, immobili.

Poi scatta la reazione: Titti piange e io non riesco a calmare il tremore alle mani. Il telefono comincia a squillare. Comincia il tam tam della paura. Decido di uscire cercando di mantenere la calma, soprattutto per non terrorizzare oltre misura la mia bambina.

Per strada, il caos. Ognuno cerca conforto nello sguardo degli altri. Ma siamo tutti come inebetiti. Cerchiamo, ostinatamente, di fare le solite cose di sempre. Ma incappiamo nella paura. Titti salta la scuola, la porto in ufficio con me. Comincia una lunga giornata in compagnia dello sciame sismico.

Il terremoto ha colpito proprio la costa a ridosso di Palermo: 4.3 di magnitudo. Sembra poco, ma la terra ha tremato con violenza, in barba ai dati dei sismografi, e sarà difficile seguire i programmi imposti dalla nostra quotidianità. Ad ogni piccolo rumore, un tuffo al cuore sarà inevitabile. E sarà così per giorni.

Malika torna in Sri Lanka

Malika è dello Sri Lanka e mi aiuta nelle pulizie domestiche. Arriva la mattina, trafelata. In inverno coperta fino agli occhi. Contrariamente alle sue medie nazionali, è un donnone che non finisce mai, bella e stanca. Lei ride sempre ma i suoi occhi no. La incrocio alle 8 del mattino, varca la soglia e io sono lì che preparo le ultime cose prima di eiettarmi fuori da casa per accompagnare la mia bambina a scuola e per fiondarmi in ufficio. Io lo so che lei avrebbe voglia di parlare, di raccontarmi le sue cose, ma il tempo è tiranno e il suo italiano maldestro di certo non agevola la conversazione. Si prende cura delle mie cose, alcune volte con impennate strane. Sì, perché Malika nella sua testa è un’arredatrice mancata. Per cui se pensa che il vaso che ho messo sul davanzale della finestra non sia abbastanza valorizzato, lei lo prende e me lo schiaffa in cucina, sopra la credenza che per rientrarne in possesso devo sfidare, masticando improperi irripetibili, la dannata legge di gravità. Ogni tanto, quando capisce che la sottoscritta ha un nanosecondo a disposizione, tira fuori dalla borsa un mucchietto gualcito di fotografie. Orgogliosa e con gli occhi che le brillano, mi mostra i suoi figli  sparsi per il mondo. Malika ha anche un marito, ma di lui parla raramente. Da dodici anni vive nella mia città e, solo da qualche mese, è riuscita ad andare a vivere in una casa tutta sua, da sola. Ma, da qualche tempo, ha gli occhi più tristi del solito. Un giorno, quasi placcandomi perché non poteva più tacere, mi ha detto che si sente sola, che ha paura. Vivere per conto suo non è stata una grande idea, il peso della solitudine le è rotolato addosso e lei non sa come gestirlo. Per qualche giorno, mi ha raccontato, è stata costretta all’immobilità: atterrata da un insopportabile mal di schiena e da una febbre cavallina. Abbandonata a se stessa. Nessuno degli amici della comunità è andato a trovarla per prendersi cura di lei. Lo racconta con un’amarezza che mai avevo colto nelle sue parole. E poi, tutto d’un fiato, mi confessa che a giugno vuole tornare nel suo paese, a casa. Non vuole morire in un posto dove ha vissuto solo per lavorare, in un posto dove  se sparisce dalla circolazione nessuno si preoccupa di cercarla. Nella sua terra, mi racconta, ha una casa bellissima, a due piani. Ci vivrà da sola, ma almeno sa che la sua famiglia la sosterrà e le starà vicino. Rinunciare a Malika non sarà facile e non lo dico sol perché sa fare bene il suo lavoro, ma perché, malgrado il poco tempo che riesco a dedicarle per fare conversazione, la considero una di famiglia. Una persona che non perde mai occasione per stupirmi con la sua voglia di vivere e con la sua onestà. L’altra sera rientro a casa e trovo dei soldi sul tavolo. Ma da dove arrivano?, mi chiedo. Chiamo Malika, magari li ha dimenticati lei. Ci sono stata un quarto d’ora per capire cosa tentava di dirmi, ma alla fine mettendo insieme gli infiniti, dividendo i participi e moltiplicando gli aggettivi, sono riuscita a svelare l’arcano. Li avevo dimenticati io nella tasca del cappotto. Lei li ha trovati e  li ha posati sul tavolo. Voi direte, e che c’entra? C’entra, perché io quei soldi proprio non li ricordavo e lei non ha pensato minimamente di approfittarne. Non lo ha fatto mai la mia Malika, non ha mai approfittato di nulla…mi mancherà…

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