Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

Articoli con tag ‘amore’

Per sempre…

“Così succede con gli incontri; ad un dato punto della vita ci si vede, ci si attrae, ci si convince di essere fatti uno per l’altra, ed è proprio questa sensazione a rendere stretto il rapporto. In principio si pensa che questa convinzione abbia lo stesso potere di coesione del cemento, soltanto con il tempo ci si rende conto che ciò che ci unisce ha la densità variabile di un elastico. C’era un “te” prima di me e c’era un “me” prima di te e quel “te” e quel “me” hanno percorso strade differenti e, spesso, sono proprio quelle strade che, a un certo punto, ritornano a far sentire il loro irresistibile richiamo… Eravamo diversi e mi sembrava importante mantenere questa diversità. Io avevo la mia individualità e tu la tua – non annullarsi a vicenda mi pareva un segno di maturità. Soltanto con il tempo ho capito che annullarsi o camminare accanto sono due realtà profondamente diverse” (Susanna Tamaro, “Per Sempre”).

Ma succede davvero? Succede che incontri qualcuno e cominci a seguire, in sua compagnia, lo stesso sentiero? Succede che tu lo sostieni quando è stanco e lui ti porge il suo braccio quando tu sei allo stremo delle forze? Succede che uno sguardo riesca a sostituire mille parole, che si trova tutta l’energia necessaria per andare avanti insieme? Succede davvero che poi ciascuno non si perda nei meandri del proprio egoismo? Un egoismo che ti porta a non sostenerlo più, che ti spinge a cambiare strada senza consultarlo, che cerca di costringere l’altro a fare quello che vuoi senza appello…succede davvero che esistano rapporti, d’amicizia o d’amore, che rimangono sempre intensi, sinceri, pieni di gioia?

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Qualcuno…

C’è qualcuno che piange. Le lacrime scorrono silenziose  e lei non riesce a fermarle. Avrei voluto fermarle io…Piange e il suo viso rimane composto, il dolore non stravolge i suoi bei lineamenti, ha già stravolto il suo cuore. E io sono lì, impotente, che la guardo e non so che dirle, che fare. La ascolto. Mi parla di lui, di lui che si sta arrendendo, che non riesce a fare progetti. Lei lo guarda, gli parla e lui sembra assente, ma lo stesso la vuole vicino. Lei lo fa, gli sta vicino. Ma vorrebbe urlargli di guardarla negli occhi, di parlarle. Ma lui non ci riesce. Lui vaga coi pensieri, pensa a qualcosa che, dentro di lui, lo sta distruggendo. E non riesce a guardare oltre. Lei aspetta un suo cenno. Le basta amarlo, con tutta se stessa. E io non posso fare altro che ascoltarla e farle capire, senza parole, che non la abbandonerò mai. Il suo dolore sarà il mio, le sue lacrime scorreranno anche sul mio viso,  le stringerò forte le mani, se si sentirà sola e indifesa…

Balharà

C’è un sapore antico nelle pagine di Patrizia Argento, qualcosa che ti penetra dentro e non ti abbandona. Patrizia la conosco da tanto tempo, conosco la sua storia, i suoi figli e una parte di quel dolore che le ho letto nel volto per anni. Un dolore al quale non si è mai arresa, che ha scansato con grazia perché aveva tre ragazzi da crescere e non aveva tempo per le lacrime. E’ stata una meravigliosa compagna di lavoro, lei che fingeva di essere dura e poi mi accarezzava timidamente la pancia quando aspettavo Gaia. Un giorno mi disse, a me che vagavo a scatti per l’ufficio, cercando di nascondere le mille paure che accompagnavano la mia gravidanza: “Vedrai, sarà una cosa impegnativa, ma non ti stancherai mai e ogni giorno ringrazierai Dio per averti dato questa gioia”.

E questa tenerezza, mista ad una incrollabile fermezza, c’è in ogni pagina del suo ultimo romanzo “Balharà” che segue, dopo tre anni, “Vicolo San Michele Arcangelo”. Balharà è il nome arabo di Ballarò, uno dei mercati più famosi del centro storico di Palermo. Entrarci è come fare una passeggiata indietro nel tempo, un suk arabo che si mescola alle voci, alle persone e alle tradizioni di una città che ha visto tempi migliori. Nei vicoli di questa Palermo, dal cuore tenero e crudele, abita la signora Pina, bella e seducente popolana, ex maestra, vedova e con due figli emigrati in Germania. Lei, rimasta sola e andata in pensione prima del dovuto, perché le quattro mura della scuola non le poteva più soffrire, parla e si confida con la foto di Salvatore, il marito morto in un tragico incidente sul lavoro. Ma la signora Pina è protagonista e spettatrice della vita del vicolo in cui abita e proprio lì si snoda tutta la sua esistenza fatta di cose semplici. Di amicizia, di rapporti  più o meno contrastati con i vicini, di slanci di generosità, di amore. Sì, perché Pina Barone, tra i vicoli trova anche l’amore. Quello dell’età matura a cui si ha paura di concedersi perché “non sta bene e cosa deve pensare la gente”, quello che lei tenta di soffocare, inutilmente.

E dentro queste 128 pagine, in cui sono riuscita a passeggiare negli angoli più remoti della mia città che non vedo spesso, perché lontani dal mio quotidiano, sono tornata bambina, mi sono fatta cullare dal suono antico del mio dialetto, mi sono riappropriata della mia identità. Ho accompagnato la signora Pina a fare la spesa al mercato, ho assaporato l’eleganza del cavaliere Boccafusca e la grazia antica e scomposta di Ignazio, uno dei posteggiatori “autorizzati” che trovi in ogni angolo delle strade. Ho amato con tutta me stessa la piccola Yo-Yo, tenerissima bimba extracomunitaria attorno alla quale si snoda la struttura del romanzo. Un romanzo che, dietro al mistero di una piccoletta comparsa dal nulla che trova rifugio tra le braccia di Pina, è un inno alla gioia, all’amore che non chiede nulla in cambio, alla passione.

Patrizia Argento ci ha messo dentro tutta se stessa, io la conosco e lo so. E la ringrazio per avermi donato questo suo scampolo di vita e per avermi permesso di parlarne in questo blog.

 

Alto tradimento

“Il legame del matrimonio è così pesante che si deve essere in due per portarlo, spesso in tre” (Alexandre Dumas padre)

Tradire un amore per noia o per raggiunti limiti di sopportazione. Le strade che portano alle corna sono infinite, tra insoddisfazioni e passioni andate in soffitta. Al traino delle immancabili indagini da spiaggia, tornano gli articoli sull’estate fedifraga. La stagione del peccato, la solita solfa sulla pelle che si scopre (non solo per il caldo) e ci rende più esposti alle lusinghe di chi sogna un’avventura “fuori porta”. Così, in estate, ci si alleggerisce di tutto: i vestiti riducono dimensioni e spessore e i sentimenti si nascondono nel file “torno subito”. Feste, aperitivi, brunch, occasioni da non perdere. Per le donne, uno sciame di scollature (zone interessate, inguine e décolleté). Per gli uomini, occhio “pendulo” e una buona dose di sbruffoneria (destinata a chi gradisce l’articolo). Basta avere l’io un po’ ciancicato, sentirsi poco desiderati o del tutto trasparenti e il gioco è fatto.

L’altro giorno parlavo di tradimenti con mia cugina, fedele strafedele (insomma, avrà le sue buone ragioni) e lei sosteneva che “sa ‘dda suffrì”, nella buona e nella cattiva sorte. Se il tuo lui ti ignora, ti fa le corna anche coi muri, ti schernisce, sempre e comunque, facendoti sentire un’idiota perfetta, tu devi porgere l’altra guancia, nella speranza che, sempre lui, si ravveda e torni ad amarti e desiderarti come il primo giorno. L’ho guardata come si guarderebbe un bipede a cui, improvvisamente, spunta un nasone verde e uncinato. E giù cazzotti verbali: “Non sono d’accordo a fare la crocerossina del talamo nuziale”- le ho detto – se lui mi tratta come un mocio vileda, lo mando a quel paese!”.

Io, tanto per mettere i puntini sulle i, non sono geneticamente predisposta a corna e affini, ma penso che a tutto ci sia un limite. Sacrificare la propria capacità di amare e la propria dignità, non fanno parte della mia dieta giornaliera. In realtà, a ben pensarci, al tradimento preferisco un sano vaffa…e tanti saluti. Capire, comprendere, ascoltare le ragioni del cornificante può andar bene, è umano. Ma se mi ha tradito avrà sicuramente i suoi motivi, motivi che, in ogni caso, calpestano i miei sentimenti e questo non riuscirei mai a perdonarlo, non riuscirei mai più a recuperare la fiducia e la mia vita si trasformerebbe in un calvario. Decisamente, no. E se io mi ritrovassi a tradire, sarebbe solo per una volta. Il passo successivo sarebbe un addio e non un tornare sui miei passi. E poi, finiamola con la menata dell’estate deviante: se il corredo genetico è infedele, lo sarà anche con cappotto e colbacco…

L’uomo dei sogni?

“…Quella sera si inginocchiò sul cemento, congiunse le mani e, alzando gli occhi al cielo, recitò una preghiera: Stelle, perfavore, fate che io non sia più sola, che non sia più povera, fate che io non sia più assillata dalla sorte. Sono stanca, così stanca… Stelle, da sola non si combina niente di buono, e io sono così sola. Datemi la pace e la forza interiore, datemi l’uomo che aspetto in segreto. Alto o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, giovane o vecchio: non ha importanza per me. Datemi un uomo che mi amerà e che amerò. Se è triste, lo farò ridere; se è insicuro, lo rassicurerò; se si batte, sarò al suo fianco. Non vi chiedo l’impossibile, vi chiedo semplicemente un uomo, perchè, vedete, stelle, l’amore è la più grande ricchezza che c’è. L’amore che si dà e quello che si riceve. E’ questa la ricchezza di cui io non posso fare a meno…” (tratto da “Gli occhi gialli dei coccodrilli” di Katherine Pancol).

Questo è uno stralcio del libro che sto leggendo in queste afose sere d’estate. Un romanzo senza infamia e senza lode, acquistato per curiosità e scoperto spigolando su Internet. Chi si rivolge alle stelle è Josèphine, cicciottella co-protagonista, madre di due bambine e abbandonata dal marito in una Parigi inclemente e lontana anni luce dagli stereotipi romantici. Queste parole mi hanno colpito, non per la loro bellezza (sono anche piuttosto banali, in realtà) ma per la disperazione che ci ho letto dentro e per quella che, spesso, annuso nei discorsi delle mie amiche e, ogni tanto, nella mia testa (ma solo quando vedo qualche film strappalacrime). Ma è davvero questo di cui abbiamo bisogno, davvero non riusciamo a combinare niente senza un uomo (panacea di tutti i mali) accanto? Io non voglio fare una crociata contro il sesso forte, non mi sento di sostenere, in un rigurgito di adolescenza tardiva, che non abbia bisogno di avere una relazione forte e duratura. Ma non posso certamente fare da sponda a chi cerca conforto in un bastone da passeggio. Non mi interessa avere un uomo accanto per colmare i miei vuoti, ma per gioire ancora di più delle mie giornate. Non mi interessa se devo arrangiarmi da sola col rubinetto che perde o con l’immondizia da buttare anche quando fuori è buio e freddo. Un compagno di vita non dovrebbe servire per combinare qualcosa, ma dovrebbe sostenerti quando sei triste e incoraggiarti quando vuoi buttarti a capofitto in una cosa in cui credi con tutta te stessa. Poi, magari non riuscirai a combinare niente nella vita, ma avrai dato amore a chi hai scelto per te, a chi ha scelto te…

La maledizione dei romanzi rosa

Alzi la mano chi non è colpevole! Scagli la prima pietra chi, in età adolescenziale, non ha sfogliato almeno un paio di romanzetti rosa. Se c’è QUALCUNA che non ha mai sognato il principe azzurro, lo dica ora o taccia per sempre. Dai 12 anni in poi, ai miei tempi (ora non so), il virus cominciava a circolare tra i banchi di scuola, fra un compito di matematica e un’interrogazione inaspettata. Ci scambiavamo questi testi di dubbia fama sottobanco, all’insaputa della prof d’italiano che, per nostra fortuna, portava in classe un registratore con le musiche di De Andrè e ci faceva imparare a memoria dei testi che, malgrado la lobotomia imposta dalle pagine strappalacrime, mi sono rimasti impressi in maniera indelebile. Eppure, malgrado i tanti input di straordinaria cultura poetica, il virus l’ho beccato anch’io. E con Liala fu amore a prima vista. Il suo aviatore/eroe sempre incredibilmente gentile e premuroso, gli amori contrastati e l’immancabile lieto fine.

Ma poi, dopo un insano periodo di annebbiamento, mi accorsi che i libri di Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi (al secolo Liala), erano sempre la stessa solfa. Una sorta di copia/incolla della sua vita, ripetuta con poche varianti e tutta incentrata sul ricordo del suo amato e perduto amore, un ufficiale della Regia Aeronautica. Ricordo che con mia cugina passavamo i pomeriggi d’estate sdraiate sull’amaca a sognare, a ripetere con sguardo ebetico: “che bello sarebbe incontrare un uomo così”. Ok, va bene, fine del sogno. Il principe azzurro non esiste e ce ne siamo fatte una ragione. Ma quanta della nostra sanità mentale sarebbe ancora intonsa se non ci avessero propinato, dalle fiabe in poi, ‘sto mito del principe azzurro? Ci hanno cresciuto a latte e cavalli bianchi, a pane e marmellata con contorno di occhi languidi e di “vissero felici e contenti”. Ma questa scoperta traumatica, legata all’assenza dell’uomo perfetto (almeno nel nostro sistema solare), l’abbiamo fatta a nostre spese. E quando abbiamo digerito il rospo (quello da ingoiare e non quello da baciare), abbiamo aggiornato il file e addio. Ma la cosa incredibile è che su questo dato di fatto universale ci ricamino ancora studi e sondaggi. L’altro giorno su Repubblica, leggevo che una psicologa/scrittrice britannica, Susan Quilliam, ha pubblicato uno studio in cui afferma che “i romanzi rosa fanno male alle coppie, alla sessualità e, in parole povere, a tutte le donne che leggendoli si illudono, sognano, si attendono vite sentimentalmente principesche e finiscono con il non accettare la prosaica realtà, rovinandosi da sole ogni relazione d’amore…le trentenni e le quarantenni di oggi, alle prese con la routine dei bambini e del lavoro, tendono a tuffarsi in mondi immaginari non riuscendo più a trovare interessante l’uomo in carne e ossa con cui vivono…”. Fin qui niente di nuovo. In realtà, io ho smesso da tempo immemore di leggere romanzi rosa, di immaginarmi mondi paralleli e di sognare a occhi aperti e all’illusione si è sostituita una rassegnata disillusione. Ma mi chiedo: le relazioni tra uomo e donna, naufragano realmente per queste aspettative irrealizzabili oppure dietro ai fallimenti del cuore c’è qualcosa di più serio e di geneticamente incompatibile? 

L’amore negato

“C’è una ragione se dicevo che sarei stata felice da sola. Non è perché pensassi che sarei stata felice da sola. Era perché pensavo che se avessi amato un uomo e poi fosse finita, potevo non farcela. E’ più facile stare da soli perché se impari che hai bisogno dell’amore e poi non lo hai, e se ti piace, e ti appoggi ad esso, se fondi la tua vita su di esso e poi tutto crolla… potresti sopravvivere a un dolore del genere? Perdere l’amore è come una lesione fisica, è come morire. L’unica differenza è che la morte è un attimo, e questo può andare avanti per sempre.” (Grey’s Anatomy, episodio 22 stagione 7)

Ho visto questo episodio ieri sera, mentre cercavo di riportare le mie gambe a dimensioni normali (avevano assunto la forma di un baobab), liquefatta sul divano, sfinita da una giornata di lavoro (pesante e interminabile) e stremata dal caldo afoso. Questo monologo finale mi ha molto colpito. Crudele e vero, spietato e sincero…

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