Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

Archivio per febbraio, 2012

Malika torna in Sri Lanka

Malika è dello Sri Lanka e mi aiuta nelle pulizie domestiche. Arriva la mattina, trafelata. In inverno coperta fino agli occhi. Contrariamente alle sue medie nazionali, è un donnone che non finisce mai, bella e stanca. Lei ride sempre ma i suoi occhi no. La incrocio alle 8 del mattino, varca la soglia e io sono lì che preparo le ultime cose prima di eiettarmi fuori da casa per accompagnare la mia bambina a scuola e per fiondarmi in ufficio. Io lo so che lei avrebbe voglia di parlare, di raccontarmi le sue cose, ma il tempo è tiranno e il suo italiano maldestro di certo non agevola la conversazione. Si prende cura delle mie cose, alcune volte con impennate strane. Sì, perché Malika nella sua testa è un’arredatrice mancata. Per cui se pensa che il vaso che ho messo sul davanzale della finestra non sia abbastanza valorizzato, lei lo prende e me lo schiaffa in cucina, sopra la credenza che per rientrarne in possesso devo sfidare, masticando improperi irripetibili, la dannata legge di gravità. Ogni tanto, quando capisce che la sottoscritta ha un nanosecondo a disposizione, tira fuori dalla borsa un mucchietto gualcito di fotografie. Orgogliosa e con gli occhi che le brillano, mi mostra i suoi figli  sparsi per il mondo. Malika ha anche un marito, ma di lui parla raramente. Da dodici anni vive nella mia città e, solo da qualche mese, è riuscita ad andare a vivere in una casa tutta sua, da sola. Ma, da qualche tempo, ha gli occhi più tristi del solito. Un giorno, quasi placcandomi perché non poteva più tacere, mi ha detto che si sente sola, che ha paura. Vivere per conto suo non è stata una grande idea, il peso della solitudine le è rotolato addosso e lei non sa come gestirlo. Per qualche giorno, mi ha raccontato, è stata costretta all’immobilità: atterrata da un insopportabile mal di schiena e da una febbre cavallina. Abbandonata a se stessa. Nessuno degli amici della comunità è andato a trovarla per prendersi cura di lei. Lo racconta con un’amarezza che mai avevo colto nelle sue parole. E poi, tutto d’un fiato, mi confessa che a giugno vuole tornare nel suo paese, a casa. Non vuole morire in un posto dove ha vissuto solo per lavorare, in un posto dove  se sparisce dalla circolazione nessuno si preoccupa di cercarla. Nella sua terra, mi racconta, ha una casa bellissima, a due piani. Ci vivrà da sola, ma almeno sa che la sua famiglia la sosterrà e le starà vicino. Rinunciare a Malika non sarà facile e non lo dico sol perché sa fare bene il suo lavoro, ma perché, malgrado il poco tempo che riesco a dedicarle per fare conversazione, la considero una di famiglia. Una persona che non perde mai occasione per stupirmi con la sua voglia di vivere e con la sua onestà. L’altra sera rientro a casa e trovo dei soldi sul tavolo. Ma da dove arrivano?, mi chiedo. Chiamo Malika, magari li ha dimenticati lei. Ci sono stata un quarto d’ora per capire cosa tentava di dirmi, ma alla fine mettendo insieme gli infiniti, dividendo i participi e moltiplicando gli aggettivi, sono riuscita a svelare l’arcano. Li avevo dimenticati io nella tasca del cappotto. Lei li ha trovati e  li ha posati sul tavolo. Voi direte, e che c’entra? C’entra, perché io quei soldi proprio non li ricordavo e lei non ha pensato minimamente di approfittarne. Non lo ha fatto mai la mia Malika, non ha mai approfittato di nulla…mi mancherà…

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I Giorni della Paralisi

“Quante donne seguono la mia stessa routine? Centinaia di migliaia in tutto il mondo. Donne di quarant’anni con la vita sulle spalle, magari insignificanti e inoffensive, alcune più intelligenti, altre più gentili, altre ambiziose o divertenti, ma in fin dei conti, tutte uguali. Lottano ferocemente per essere riconosciute come creature speciali, si battono per fare la differenza, com’è nel loro diritto. Tutte esauste. Obbediscono al medesimo standard. Se ne hai vista una le hai viste tutte. Certi giorni non entri  in sintonia con tuo marito, le storie dei tuoi figli le trovi noiosissime, e sogni di andare a letto con George Clooney. Altri giorni, invece, non senti nulla, così, semplicemente. Fai tutto meglio che puoi, ma sempre in modo meccanico. E se qualcuno t’investe mentre attraversi la strada, non te ne accorgi neanche. Non soffri, sei un pezzo di ghiaccio. Quando i giorni così cominciano a moltiplicarsi, li definisco ufficialmente “I Giorni della Paralisi”, anche se, credetemi, ci metto un po’ a rendermi conto che ci sono finita dentro, perché è l’immobilità stessa che mi acceca” (Marcela Serrano, Dieci donne- Francisca).

A chi di voi non è mai capitato? Sentire che una parte di te fugge via e per quanto ti sforzi di rientrarne in possesso, non ci riesci. Sei come paralizzata da questo senso di non appartenenza che, certe volte, è meglio della consapevolezza. Ti sembra che rimanere immobile a guardarti vivere sia l’unica soluzione possibile, la meno dolorosa. Però poi, per fortuna, succede qualcosa, un messaggio, una voce cara, una solenne cazziata da parte di un’amica o di un amico e apri gli occhi…la luce è accecante…inforchi gli occhiali da sole e sei pronta…metti in saccoccia le tue paturnie, le tue paure, tiri su le spalle e ricominci…ad essere te stessa.

The winner is…

Vabbè, forse sto esagerando…Comunque, è il mio primo riconoscimento sul web…Grazie a Cinciamogia!!!!

Adesso tocca a me… Le mie tre nomination:

Bonificiesogni

Perennementesloggata

Ladridiricette

Avrei voluto inserirne altri 76, ma dalla cabina di regia mi dicono che non è possibile…

a R

Se ne è andato. Discreto come è sempre stato. Quasi in punta di piedi. In un giorno di pioggia. Ma io, che diritto ho a scrivere questo? Probabilmente nessuno. Volevo semplicemente salutarlo. Con queste parole ma soprattutto coi miei pensieri. Pochi ricordi, ma se li metto insieme sono abbastanza. Ciao R

Da mane a sera

Oggi a pranzo ho mangiato dei cracker. Auto punizione. Mi mancava la frusta dei flagellanti e il quadro sarebbe stato completo. Ci sono quelle giornate che, per motivi (quasi) sconosciuti, nascono che più storte non si può. Ti svegli col malumore che ti insabbia le papille gustative, ti alzi dal letto e vorresti avere in mano la clava dei Flintstones. Poi, se la caldaia si inceppa, ti esce un’acquettina che sembra tiepidina e tu dici “ma no, adesso andrà alla grande”, entri in doccia e, cretinamente, orienti il getto dell’acqua sui piedi e dici a te stessa “ce la posso fare”, poi vai più su e ti incastri ululando nella prova del 9: “ca*** è congelata, porca di una pupazza porca”. Esci dalla doccia con gli occhi vacui e bestemmiando in gaelico antico. Ti sei insaponata che Beep Beep ti fa un baffo, ti asciughi che poi sei pronta per la desquamazione permanente, esci grufolando dal bagno e abbracci la caffettiera. Tre tazzine di nero bollente, stai un po’ meglio. Apri la finestra…tutto grigio ma non piove. Ma quando esci da casa, viene giù la reincarnazione palermitana delle cascate del Niagara…Ma porca… Vabbè, dicevo dei cracker, ovvero, pranzo luculliano da consumare durante la  permanenza neverending in ufficio. Li scarto e, distrattamente, guardo il primo che masticherò  con scarsa soddisfazione, immaginandolo pane e salame. Qualcosa attira la mia attenzione, lo riguardo più attentamente: con un’arte tutta da fornai addetti alla catena di montaggio, ci trovo scritto sopra: “continua tu”… E la domanda sorge spontanea: “Ma continuo io a fare cosa?” Pronto c’è nessuno? Signori del mulinobianco, mettetela una spiegazione, una piccola legendina sull’incarto così che uno possa impostare mentalmente delle spiegazioni sane. E’ un dispaccio in codice per il Kgb, un messaggio criptico dei mastri  panettieri per dirti che se vuoi altri cracker mo’ so ca*** tuoi perché hanno indetto una settimana di sciopero? Mentre mi arrovello  su questo misterioso graffito di lievito e sale, vengo interrotta da una voce da finta bambina. E’ Porchettina che cerca di scherzare per attirare la mia attenzione, ma mi fa ridere come uno sganassone sulle gengive. E anche se io non dò segni di vita che la riguardino, mi inchioda con una dissertazione sul tempaccio che ci aspetta fino a primavera. Io continuo a ignorarla, facendo gli scongiuri sotto la scrivania, ma lei non molla la presa. Mando un sms…niente. Mi collego a www.affittounkiller.it… nada. La guardo in cagnesco e con i canini che si stanno trasformando in zanne…non succede NULLA…Omioddio, perché proprio a me? Torno a casa e stramazzo sul divano. I neuroni (quei pochi ancora in attività) si accampano per la notte. Finalmente, è finita…

Il Giorno del Ricordo

Dopo la “Giornata della memoria” per le vittime della Shoah, il 10 febbraio in tutta Italia si celebra il “Giorno del ricordo” per non dimenticare i cinquemila italiani massacrati in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 e il 1945. Uccisi dai partigiani comunisti di Tito solo perché erano italiani: una “pulizia” politica ed etnica in piena regola, mascherata come azione di guerra o vendetta contro i fascisti. In realtà nelle cavità carsiche chiamate foibe vennero gettati ancora vivi, l’uno legato all’altro col fil di ferro, uomini, donne, anziani e bambini che in quel periodo di grande confusione bellica si erano ritrovati in balìa dei partigiani comunisti jugoslavi. Il “Giorno del ricordo” non è solo dedicato alle vittime delle foibe, ma anche alla grande tragedia dei profughi giuliani: 350 mila costretti all’esodo, a lasciare case e ogni bene per fuggire con ogni mezzo in Italia dove furono malamente accolti. In gran parte finirono nei campi profughi e ci rimasero per anni. Per mezzo secolo sulle stragi delle foibe e sull’esodo dei giuliani si è steso un pesante silenzio. Ragioni politiche e la cattiva coscienza avevano portato a nascondere una realtà storica che nessuno poteva negare di fronte ai documenti, alle immagini dei resti straziati recuperati dalle foibe e dalle testimonianze dei pochi sopravvissuti. (tratto da un articolo pubblicato su L’Unione Sarda e a firma di Carlo Figari) leggi l’articolo

Della fiducia e di altre diavolerie

Fidarmi di qualcuno? Malgrado le esperienze personali, non sempre positive, continuo a farlo. Finché non ci vado a sbattere il muso. Per fortuna non succede con tutte le persone con cui ho a che fare, ma quando succede ci rimango sempre di me***. Non riesco a capire il perché di certe ipocrisie, di atteggiamenti che cambiano soprattutto per cause esterne al rapporto che ho con queste persone. In genere tutto questo succede quando si frappone un terzo elemento. E devo ammettere che, nel caso delle amicizie femminili, si tratta quasi sempre di un uomo. Succede che scopri cose che non avresti mai pensato potessero accadere, relazioni tra persone che, pubblicamente, fingono di detestarsi, ma che fingono veramente male. Succede che a questa persona avevi raccontato molto di te, non lasciando nulla nell’armadio, perché pensavi di poterti fidare. E io mi chiedo perché avevi riposto fiducia in una persona che poi non ha il coraggio delle proprie azioni, che finge spudoratamente, che ti prende per i fondelli e che pensa di farla franca. Succede che scopri scheletri impensabili ma che mai mi sarei sognata di giudicare. Avrei semplicemente ascoltato, magari non avrei approvato ma me lo sarei tenuto per me. Succede che certe persone diventino cibo per topi e tu, magari, avresti pure combattuto per difenderle. Pezzi indifendibili di un puzzle che è sfuggito pure al loro controllo. Il terreno sotto i loro piedi vacilla, cominciano ad annaspare e ti accorgi che hanno scelto la strada della menzogna, malgrado la tua lealtà. Succede che, magari, queste cose io le scopra in ritardo, che mi sia imposta di non vedere perché stentavo a crederlo, ma quando tutto si snoda sotto i miei occhi e la coltre di nebbia si dipana, rimango lì a non capire. Anzi, capisco solo che la persona in questione ha insultato la mia intelligenza, la mia sensibilità e il mio affetto per lei. Succede che comincio a vederla da una prospettiva diversa. Una prospettiva che non le dà scampo. Succede che la cancello, senza pensarci due volte non cercando nemmeno di chiarire. Chiarire poi che cosa? Più chiaro di così…

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