Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

Archivio per novembre, 2011

Un giorno che non va…

Oggi ho paura. So bene il perché ma non riesco a parlarne nemmeno a me stessa. Qualcosa non va e io non posso aggiustarla. Posso solo sperare che si aggiusti da sola e sto sperando con tutte le mie forze. Il macigno che ho dentro vaga dalla testa allo stomaco, mi sento gli occhi pesanti e i pensieri bloccati dal terrore. Non posso affrontare un altro dolore, non posso. Davanti agli altri riesco a fare finta di niente, ma davanti a questa pagina bianca ho deciso che non posso fingere. Non sono forte fino a questo punto. E voi, voi che mi conoscete da tanto tempo, smettetela di pensare che sono forte e che posso farcela, perché non è così. Io non voglio essere forte, voglio soltanto un po’ di pace… e non dite che è solo un giorno che non va, perchè non è così, non è così semplice…

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Discriminazione

Stamattina ho trovato questo articolo, ho dovuto leggerlo due volte perchè la mia mente si rifiutava di metabolizzarlo. Ve lo giro così com’è. Si commenta da solo.

Quando arriva la crisi, spesso si lasciano a casa parte dei dipendenti, licenziandoli o mettendoli in cassa integrazione. Quello che però è successo in una fabbrica di Inzago, in provincia di Milano, la Ma-Vib, è probabilmente inedito. Secondo quanto riferito da Corriere e altri autorevoli quotidiani online, i responsabili della piccola fabbrica (trenta operai in tutto, dodici uomini e diciotto donne) hanno deciso di lasciare a casa solo gli operai di sesso femminile. E il comportamento dei loro colleghi maschi non è stato esattamente quello che si potrebbe dire da gentiluomini.

La Ma-Vib è una azienda che produce elettrodomestici ed elettronica varia, soprattutto motori elettrici per impianti di condizionamento, con sede a Inzago. Una piccola azienda a conduzione familiare, attiva da circa 25 anni. Dieci mesi fa l’azienda era stata costretta a mettere in cassa integrazione ordinaria quattordici dipendenti. Tredici donne, e un uomo. Dieci mesi dopo la situazione è peggiorata, tanto che la Ma-Vib ha deciso di licenziare alcuni dipendenti. Quando le parti sociali (sindacati, associazioni di categoria e proprietà) si sono trovate al tavolo per l’aggiornamento sulla situazione, la proprietà dell’azienda ha spiegato che sarebbero rimasti a casa tra i dieci e i tredici dipendenti. Di nuovo tutte donne. «Sono state scelte le donne perché potranno stare a casa a curare i loro bambini e quello che portavano a casa era comunque il secondo stipendio», è stata la spiegazione della proprietà.

I titolari (nonno, padre e nipote) non rilasciano commenti e rimangono chiusi nei loro uffici. Intanto, d’accordo con i sindacati, ieri i dipendenti dell’azienda avevano deciso lo sciopero generale, licenziati e non, uomini e donne. Ma stamattina, al momento di presentarsi davanti ai cancelli per dare inizio alle proteste, fuori dei cancelli sono rimasti solo i licenziati, cioè le donne. Gli uomini? Hanno preferito varcare le soglie e prendere normalmente il loro posto di lavoro.

Stress e così sia…

In Inghilterra lo chiamano “burnout”, noi lo conosciamo dai tempi della pietra col nome di stress, quello sottotitolato alla pagina “chepallelavorare”. Lo stesso che ci fa sentire una ciofeca cinque giorni su sette, che ci riduce carponi dopo una giornata davanti alla scrivania e che ci fa drizzare i capelli in testa al pensiero che l’indomani si ricomincia. Personalmente, dopo una giornata non stop, l’unica cosa che faccio quando esco dall’ufficio è abbaiare al mondo. Rapporti sociali azzerati, attività extra ridotte al lumicino, cellulare che squilla a vuoto. La sindrome da burnout è stata analizzata da una ricerca scientifica ed è emerso che ci sono tre diversi tipi di stressati pazzi: i frenetici, i consumati e i sottoutilizzati. I frenetici sono quelli che lavorano più di 40 ore alla settimana, persone ambiziose con molti impegni e doveri lavorativi. Tra i frenetici ci sono anche gli stressati da doppio lavoro e le persone assunte con contratti a termine, della serie oltre allo stress da lavoro c’hanno pure quello, più che ansiogeno, associato al terrore di rimanere disoccupati. Lo stressato “consumato“, è quello che fa da tanti anni lo stesso lavoro e che si annoia a morte. Infine, ci sono i sottoutilizzati che hanno un impiego monotono, noioso e privo di opportunità di carriera. E pensate un po’ cosa hanno scoperto questi geni della lampada? In quest’ultima categoria, trovano spazio soprattutto le donne, troppo spesso tagliate fuori dalla stanza dei bottoni. Il mio stress, di fatto, ondeggia tra le tre categorie: frenetica non per ambizione ma per necessità: quando devo chiudere la rivista mi trovo a saettare tra due pc e a mandare e ricevere tonnellate di email; consumata solo quando mi rendo conto che questo lavoro del piffero avrei potuto farlo meglio se fossi nata in Papuasia; sottoutilizzata sì, perché quando il capo spara fregnacce a raffica l’unica cosa che vorrei fare sarebbe spifferare un monologo di parolacce, e magari pure qualche manrovescio, e invece devo sottoutilizzare la mia lingua, ingoiare il rospo e fare appello alle mie scarse doti diplomatiche.

 E voi, che tipo di stressati siete?

Blog e misteri

C’è un mistero che aleggia sui blog. Qualcosa che avvolge piano, in maniera impalpabile chi scrive e chi legge. Quando ho iniziato questa avventura ero un po’ scettica, pensavo di mollare dopo poco tempo. Ma non è stato così. Ho il mio angolo di relax durante le mie giornate di lavoro, un momento di pausa che dedico a me stessa quando proprio non ne posso più di scrivere per gli altri. Allora, mi dedico alla scoperta “degli altri”, dei piccoli pensieri, delle ansie, delle soddisfazioni che riesco a trovare dentro i blog amici e dentro quelli che vado scoprendo di giorno in giorno. A volte mi chiedo cosa pensano “gli altri” quando leggono i miei post: se si sbellicano dalle risate pensando che sono una perfetta idiota, se si soffermano anche solo per un attimo a riflettere su quello che ho scritto o se invece pensano “che palle!” e vanno oltre.

In questi mesi, ne sono trascorsi già quasi sei, ho “incontrato” delle persone che mi hanno affascinato, che mi piacerebbe incontrare anche se forse, poi, non sarebbe lo stesso. Ognuno di noi, vive dietro una piccola tenda, un nascondiglio dietro cui si celano sguardi, espressioni, fisicità più o meno gradevoli…l’unica cosa che appare, inequivocabile, è l’anima. Pensieri felici, tristi, incazzati…parole di ferro, di pietra, di dolore… Ne ho letti tanti di post e in molti ho avvertito il desiderio di fuga da un vuoto incolmabile, in altri l’allegra follia di chi ha deciso di cambiare ma ancora non riesce a prendere il volo. Ci sono i blog fancazzisti e quelli impegnati, quelli arrabbiati e quelli timidi che si affacciano con gli occhi semi-chiusi perché troppa luce tutta insieme non va bene. Ci sono parole che ti rimangono dentro e che non riesci a scordare, descrizioni di paesaggi che “mannaggia, essere lì sarebbe proprio una gran figata”. C’è un mondo che non pensavo ci fosse, ci sono pensieri che non avevo mai avuto, parole che non avevo mai letto. C’è coraggio a palate dentro i blog, perché anche dietro una tenda si può avere coraggio, si può avere la forza e l’energia di parlare, raccontare, mettersi in gioco senza poter tornare indietro sui propri passi. Scripta manent…

Bla bla bla

Non tollero più le persone che ti ascoltano in funzione di se stesse. Stanno lì ad ascoltarti, apparentemente interessate, ma poi, nello spazio di un secondo, ti interrompono e cominciano: “Io, invece, e bla bla bla”. Ho capito, non esisto solo io al mondo … ma che palle… se ti racconto una cosa, idiota o importante che sia, potresti almeno avere la decenza di mostrare un nano secondo di interesse! Io ritengo di essere una buona ascoltatrice, non per niente alcuni/e mi usano come muro del pianto. Se qualcuno mi racconta i suoi problemi, cerco di mostrare l’interesse che meritano. Mi sembrerebbe poco rispettoso stare lì mutanghera, in attesa di trovare un varco per sciorinare il mio “io, io, io”. Sono del parere che se qualcuno sceglie me per raccontare i suoi problemi, ci sarà pure un motivo. E io non mi tiro indietro: ascolto e se è il caso esprimo la mia opinione. Per non parlare di un’altra categoria di persone: quelle che ti incontrano per caso o ti telefonano intenzionalmente, ti attaccano una pippa che non finisce più sulle loro vite disastrate, bloccano la tua di vita per un’ora e mezza, ti salutano e non ti hanno nemmeno chiesto “come stai?”. Così il mio mucchio di rami secchi si alimenta…ogni giorno che passa… e non ho rimpianti…

Pesci da piede

Stanno per arrivare le scarpe ecologiche… che più ecologiche non si può. Pelle di pesce, sughero e rafia, questi gli ingredienti principali per calzature fashion nate dall’estro di Manolo Blahnik e Marcia Patmos. Sì, avete capito bene, il Manolo che faceva impazzire Carrie in Sex and the City e che la costringeva a camminare per le strade della Grande Mela con tacchi vertiginosi, ovviamente quotati in borsa. Per un paio di scarpe, alcune orribili secondo me, la scrittrice Bradshaw spendeva tanto quanto pago io d’affitto in un mese. E va bene che per Manolo si può rinunciare ad avere un tetto sopra la testa, e d’accordo che se a New York non le indossi sei uno zero assoluto, ma 500 dollari per quattro pezzi di pelle intrecciati, mi sono sempre sembrati un’enormità.
E adesso, invece, Manolo diventa ecologico: realizza le sue calzature da urlo con un pescetto tropicale chiamato talapia che vive nei mari del Sud America, dell’Africa e dell’Asia. Blahnik lo definisce  un sottoprodotto dell’industria alimentare, di norma da scartare, ma che in realtà offre un bellissimo materiale, perfetto per la piccola pelletteria. Ok, l’ecologia mi sta più che bene. Ma vorrei capire: a) non è che si rischia di indossare sandali che poi ti si sgretolano ai piedi? La pelle di pesce non mi sembra altamente resistente… b) considerato che il pescetto in questione è uno scarto, quindi raccattabile a costo quasi zero, troveremo le scarpe di Manolo a prezzi più accessibili? c) queste strambe trovate modaiole (utilizzo del pesce a parte), mi puzzano sempre di stronzate intergalattiche, costruite a bella posta per chi non può fare a meno della griffe nemmeno per la carta igienica del bagno o per rilanciare genii in declino che preferiscono aggrapparsi a trovate discutibili piuttosto che dedicarsi ad una dignitosa fase pensionistica della vita.

Rottamazione

38, è il numero perfetto, quello della felicità. Ebbene sì, l’età più bella della vita sarebbe proprio quell’anno lì, quando le candeline sulla torta sono quasi 40, più di 35, insomma, 38. Non l’avreste mai creduto, vero? In effetti siamo più abituati ad attribuire significati importanti alle cifre tonde, che anche dal punto di vista simbolico ci pare sottolineino una fase, un passaggio, un momento fondante nella nostra vita. I 20 anni, i 30 anni, i 40, i 50… e via così. Invece, secondo quanto scoperto dall’Huffunghton Post, giornale britannico che ha effettuato un sondaggio tra i suoi lettori, sia le donne che gli uomini indicano proprio il 38mo compleanno come il più sereno e felice.

Allora, è ufficiale. È giunto, almeno per me, il momento della rottamazione. Visto che mi sono lasciata i 38 alle spalle da tempo immemore, salto a piè pari la revisione e passo alla fase pensionistica. Nessuna possibilità di recupero, nessuna speranza per gli ultra quarantenni, nessuna nuova giovinezza, magari con una crema rassodante che ti lifta dalla radice dei capelli alle unghie dei piedi? Ok, allora cerco su google un ricovero adatto alle cariatidi irreversibili come me. Magari fanno anche qualche sconto-comitive. C’è qualcuno interessato?

 

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