Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

Archivio per luglio, 2011

Artrite? Ci vorrebbe un amico…

Ci vorrebbe un amico per far passare l’artrite…e se un amico ce l’hai, e anche più di uno, sarai sempre e per sempre immune dagli acciacchi della vecchiaia e sfuggirai al “logorio della vita moderna”. Parola di grandi menti universitarie made in USA che, dopo ricerche incrociate, sono arrivate alla conclusione che non solo se hai degli amici sei più felice (ma va’?), ma se perdoni chi ti ha fatto un torto (uno qualsiasi) ne avrai consistenti benefici fisici. In parole povere: tu assolvi e ti metti l’anima in pace, lo stress si allenta, la rabbia evapora e in più la tua pressione sanguigna torna su valori normali (niente più fumo che esce dalle orecchie, quindi, solo al pensiero dell’amico/a che ti ha pugnalato alle spalle) e se soffri d’artrite, il miracolo è dietro l’angolo: la “bua” sarà solo un ricordo. Ok, allora prendiamo in considerazione qualche piccola variante: chi devo perdonare per farmi passare il mal di schiena? A chi devo sorridere, soffocando il mio istinto omicida, per liberarmi dal dolore cervicale? Beh, grandi menti al lavoro, ditemelo, perfavore…così eviterò di farmi fare massaggi (che costano un botto e non bastano mai), metterò da parte l’ibuprofene, aggiornerò la lista degli amici, rivalutando anche quelli che mi hanno fatto soffrire come otto cani, e avvierò un’attività di recupero delle affinità elettive che mi sono lasciata alle spalle per motivi che quasi non ricordo più…attendo con fiducia… Buona domenica a tutti!!!

Colazione da Tiffany

Era disarmante. La sua bellezza, la sua eleganza, i suoi occhi. Da togliere il fiato. Ricordo che, da ragazzina, mi “bevevo” i suoi film. Mi rannicchiavo sulla mia sediolina e non c’ero per nessuno. Ogni tanto quel “rompi” di mio fratello ci provava a dirottarmi verso l’Uomo Tigre o Lupin, ma veniva incenerito sul posto. Di televisione ne avevamo una sola e io non mollavo. Così le immagini in bianco e nero di Audrey Hepburn fanno parte dei miei ricordi. Ero innamorata dei suoi abiti, del suo portamento, del suo modo fanciullesco di stare davanti alla macchina da presa.

Proprio in questi giorni “Colazione da Tiffany” compie 50 anni e Hollywood offre un tributo al film e all’attrice. Verrà presentata, infatti, la copia restaurata, in digitale, della pellicola che ha fatto sognare (e spero lo faccia ancora) tantissime donne. Holly sbarca dunque in DVD, abbandona il tubo catodico e si infila dritta dritta nei lettori altamente tecnologici. E’ un bene, lo so. Lo vedrà anche mia figlia. Ma io ricordo la sorpresa e l’attesa davanti alla tv: la signorina “buonasera” annunciava i programmi della giornata e io cominciavo il conto alla rovescia. E poi l’emozione dell’inizio, i sogni ad occhi aperti che inseguivano la storia, i personaggi, il lieto fine. Ancora oggi ci sono film che ti emozionano a tal punto che non potrai mai dimenticarli, ma quelli della mia infanzia e della mia adolescenza avevano il sapore della conquista e dell’inaspettato. Nessuno ti proponeva il film anche il giorno successivo, nessuno ti dava la possibilità di registrarlo, di poterti assentare qualche minuto per rispondere al telefono o per aprire il frigo e mangiucchiare qualcosa. Non potevi schiodarti dalla sedia. Avevi solo quelle due ore a disposizione e poi rimanevano solo i tuoi sogni a farti compagnia…

Io e la misticanza

Oggi mi sento come la misticanza. Come quell’aggregato di verdurine domestiche e selvatiche che metti nel piatto, le condisci e van giù che è una meraviglia. Ben lungi dal sentirmi una meraviglia (mai provata quest’ebbrezza, forse è il caso che guardi le pagine gialle alla voce psicoterapeuti…), il paragone nasce da una sensazione di miscuglio forsennato che mi prende a cazzotti sullo stomaco. Miscuglio di idee che non so dove collocare (tipo puzzle di un quadro di Picasso), amalgama di parole che spingono sulla lingua ma non riescono a venir fuori, intruglio di me stessa che più cerco di analizzare e più mi viene mal di testa.

Sarà perché stamattina mi sono svegliata alla 5 e amen. Ho contato le pecore e pure le nuvole, ho pensato “positivo” (o almeno c’ho provato, tempo impiegato: 1 decimo di secondo), mi sono data dell’idiota (tempo impiegato: 1 ora e 1 quarto) e poi ho ceduto. Mi sono alzata, coi capelli che nemmeno col rastrello sono riuscita a domarli, ho fatto colazione (premio di consolazione: un croissant con la nutella che traboccava) e ho cercato di togliermi un punteruolo che qualcuno, stanotte e in silenzio, mi ha conficcato sulla schiena. Ora sono le tre e mezza del pomeriggio e, col punteruolo che mi trafigge ancora nello stesso punto, aspetto che inizi una di quelle riunioni di lavoro che già mi provoca una condensa cerebrale irreversibile (vi prego, vi prego se proprio dobbiamo parlare, pianificare, progettare, etc, non possiamo farlo in assoluta sintesi? Non possiamo, almeno solo per oggi, farci baciare da un’improvvisa elargizione di parole brevi e concrete, da concetti essenziali e privi di terminologie paradossali? Giuro che il primo quadrupede che mi parla di “attenzionare” o di “sinergia”, lo aggredisco e lo addento alla giugulare. Ma ogni tanto, non si può chiedere un giorno di riposo da se stessi, dal lavoro, dai ciacolatori astrusi e da tutto quello che poi, sul finir della sera, ti rimane sul groppone e sembra che un giorno sia durato sette vite? No? Non lo prevede nessun contratto collettivo nazionale? Ho capito, allora non mi resta che mordere… (E se mi chiedete perché ho scritto tutta ‘sta manfrina, mordo pure voi…oggi mi gira così e volevo farvi partecipi…)

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