Un confronto aperto sulle passioni, i sogni, le delusioni e le incazzature quotidiane

Archivio per maggio, 2011

I dubbi della mente

Ogni giorno, ci caschi ogni giorno. La mattina ti svegli, speri che niente si insinui in maniera subdola nei tuoi pensieri per arrivare indisturbata alla conclusione della tua giornata, ma è una missione impossibile.

Mentre ti fai la doccia, ascolti la radio o prepari la colazione, “bum” arriva e non se ne va più. Almeno non prima di sfinirti e di metterti mentalmente ko.

Si chiama “pensiero negativo” e, in genere, riguarda noi stessi o quello che abbiamo fatto. Durante la giornata c’è sempre qualcosa che va storto, impossibile il contrario, qualcosa che ci mette in discussione, che ci costringe a non fingere con noi stessi e a raccontarci le cose come stanno, senza troppi complimenti o artifici.

Quindi, in base al pensiero che ci frulla per la testa, cominciano a cadere appigli, a scatenarsi tempeste emotive che staranno lì a tormentarci per ore se non per giornate intere.

Così le nostre gabbie, arredate con le nostre sicurezze fittizie, si sgretolano e le domande non trovano risposte: sono una buona madre? il mio rapporto di coppia mi soddisfa sul serio? ma questo lavoro è quello che voglio fare davvero per tutta la vita? Trovatemi un solo individuo sulla faccia della terra che non si sia fatto, e per milioni di volte, tritare il cervello da queste domande che, purtroppo difficilmente,  troveranno una spiegazione pratica e soddisfacente.

La soluzione a questo burrone emozionale, secondo una rivista che si occupa del benessere del corpo e della mente, sarebbe “staccare la spina”, ovvero smettere di pensare e passare all’azione. Pare, infatti, che ci rimpinziamo di troppi pensieri, che ci lasciamo annientare dai dubbi e dalle insicurezze, mentre sarebbe molto più “sano” passare all’azione. Della serie, anzichè tritarmi le palle interrogandomi sul mio presente/futuro di coppia, meglio una seduta di spinning o un viaggio esotico. Certo, il consiglio non fa una piega, ma io mi chiedo: “Quando la sera rimani da solo con te stesso, (perchè ci sarà pure un’ora della giornata che non sarà infarcita di cose da fare per non pensare), quando il viaggio finisce e devi rientrare a casa (perchè lavorare si DEVE a meno che tu non sia un erede della famiglia reale del Liechtenstein), i conti con te stessa dovrai  sempre farli. Sempre. O no?

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Facebook, iPhone e dintorni

La notizia è un po’ datata, lo so. Ma siccome, qualche giorno fa, il Tg1 (forse a corto di notizie vere) ha mandato in onda un servizio su questo nuovo “potenziale tecnologico”, la cosa mi ha ulteriormente incuriosito e mi sono documentata.

L’oggetto del contendere è l’iPhone che, sommato a Facebook, sta tentando di defenestrare dall’immaginario collettivo le buone vecchie indagini sul campo del tenente Colombo.

Vuoi sapere dove sono?  Niente di più semplice: con la “geolocalizzazione” di Facebook Places puoi saperlo in tempo reale. Il segreto sta tutto in poche semplici mosse; basta pubblicare la propria posizione fisica sulla bacheca dei propri contatti e il gioco è fatto. Tizio, caio, sempronio, filano e martino hanno nostalgia di te? Con un semplice click e con l’aiuto del social network più modaiolo e impiccione del secolo, eccoti beccato.

La vostra localizzazione, se non provvedete in altro modo, può essere alla portata di tutti, anche di coloro che non risultano tra i vostri contatti.

Ed ecco che allora tutti i fattacci vostri, con annessi spostamenti da un punto all’altro della città o del vostro appartamento, potrebbero essere visualizzati anche in Nuova Zelanda.

Mentre guardavo il servizio del Tg1 mi sentivo un po’ a disagio, con me stessa e con il resto del mondo. Da un lato ascoltavo l’intervista fatta alla classica ragazzina, nulla facente a tempo indeterminato davanti alla scuola, che asseriva: “Micidiale questo servizio di Facebook. Adesso posso beccare le mie amiche dovunque. Sapete, è comodo per ritrovarsi in uno stesso posto a fare shopping”.

Fine della dichiarazione. Sorrisetto vacuo e via a strimpellare sulla tastiera del cellulare.

Ma fare una semplice telefonata, no? Una di quelle che componi il numero, c’è un affare che fa drin drin, qualcuno risponde e gli chiedi all’istante “dove sei?”.

E invece no. Devi aspettare che i tuoi contatti abbiano voglia, nel tuo stesso giorno, di fare shopping. Devi localizzarli in tempo utile e poi pregare il tuo angelo custode di aiutarti a raggiungerli velocemente, prima che comprino le tue scarpe, quelle che hai adocchiato una settimana fa in centro e non hai comprato perchè non c’era piacere a farlo nel modo più classico del mondo. Quel giorno non era stato possibile “geolocalizzare” uno straccio di contatto.

Dopo la ragazzina, sempre sulla rete ammiraglia, a parlare è una mamma, tutta sorridente e soddisfatta perchè, finalmente, le hanno confezionato un sistema infallibile per individuare gli spostamenti della figlia.

Sta lì a sciorinare tutte le opzioni del sistema in grado di mettere al tappeto anche il più incallito adolescente che tenta di sfuggire al quotidiano accerchiamento di mamma e papà.

Quindi, attenzione: se attiverete questa sorta di tam tam tecnologico, le bugie avranno le gambe cortissime.

Ma c’è dell’altro: il nuovo iPhone e il suo personale servizio spia, forse più difficile da bypassare perchè ad attivarlo non siamo noi ma la madre di tutte le tecnologie di ultima generazione.

Nell’iPhone, infatti (ma anche nell’iPad) ci sarebbe un file che traccia tutti gli spostamenti del dispositivo (e di conseguenza del suo proprietario).

I dati non solo non sono criptati ma posso essere letti da tutti in maniera abbastanza semplice. Quindi, se per caso avete sincronizzato i dati del vostro “iVattelapesca” su un computer che non è il vostro, sappiate che avete lasciato al vostro ospite informazioni dettagliate su tutti i posti da voi frequentati recentemente. Disattivare il meccanismo? Nessuno sa ancora come fare e non esiste un manuale delle Giovani Marmotte che dia indicazioni necessarie e sufficienti. E, a quanto pare, la Apple non si è ancora espressa in merito.

E allora, la domanda (almeno la mia) è d’obbligo: ma a che ci serve tutta questa tecnologia? Perchè dobbiamo per forza essere individuati da tutti e in tempo reale? E’ un modo, un po’ eccessivo, di sfuggire alla solitudine, o un mezzo per apparire a tutti i costi? E’ la fine della privacy, il the end della frase a me cara “oggi sono per i cazzi miei e non voglio che qualcuno venga a rompermi le palle?”

Perchè questa costante, pressante, asfittica necessità di fare sapere al mondo dove siamo, chi vediamo, che facciamo?

Datemi una sola, buona ragione, per sobbarcarmi tutto questo tran tran di tecnologia forzatamente a domicilio e domani compro un iPhone e mi iscrivo su Facebook.

Mamme single in serie B

Oggi non mi sento in vena di battute, di esplorare pagine web cercando notizie che possano strappare un sorriso. Sono sveglia dalle 5, ho portato mia figlia a fare le analisi del sangue, l’ho poi portata a scuola e mi sono fiondata in ufficio. stanchezza a parte, ma quella ormai si è annidata nel trend quotidiano, non mi sento mentalmente euforica. euforica? l’ultima volta che ho provato questa sensazione risale alla notte dei tempi, quando c’erano ancora i dinosauri che brucavano l’erbetta davanti alla mia caverna.

Sissy ha scritto un post, che ho letto con attenzione. conosco Sissy da tanto tempo e anche lei, come me, è una che non ha pace ma che, soprattutto, non sa darsi pace. sì, perchè, come scrivevo l’altra volta, ci sono delle categorie ben precise: le persone che sanno sempre trovare il lato positivo delle cose (mi chiedo che male possa aver fatto quando pascolavo tra gli angeli del paradiso, prima di essere scaraventata sulla terra!!) e quelle, come me e Sissy, che devono trovare sempre spunti per rintanarsi in una beata scontentezza. che ci volete fare, siamo fatte così. ‘Sti cazzi, direte voi, datevi una mossa, non state sempre lì a rompere i coglioni all’universo mondo!!! intanto, prima di fare le prime della classe, fatevi riconoscere. Categoria di appartenenza, prego! vabbè, sto delirando. una mia amica dice che ho bisogno di una vacanza. una sola?

ma torniamo, o almeno proverò a farlo, al punto di partenza. Sissy è una mamma/single/separata, come me, che, improvvisamente, in uno spazio temporale non previsto si è ritrovata da sola con un bimbo, troppo piccolo per capire quello che stava accadendo(per fortuna), e un casino di problemi da affrontare. solitudine a parte, ma forse questa è la cosa meno pesante da sopportare, ti ritrovi, senza un cazzo di appiglio e totalmente impreparata, a dover gestire il mondo. sì, il mondo. perchè i bambini, i tuoi bambini, in queste situazioni diventano il mondo. non ci sono corsi da fare per affrontare tutto questo, nessuno può aiutarti sul serio. la devastazione emotiva devi affrontarla da sola. uno sfogo ogni tanto con le amiche può essere d’aiuto ma non serve a rimettere a posto le tessere del mosaico.

io, forse, sono stata più fortunata di Sissy…alla fine ce l’ho fatta a trovare un equilibrio e dedicarmi a mia figlia è diventato un punto di forza e mai un peso. ma quando tutto questo diventa un macigno che ti schiaccia, che ti fa perdere il controllo, allora non riesci più a uscirne. le tessere del mosaico le trovi dappertutto e quando hai il tempo di metterne a posto una ti ritrovi sempre a fare i conti con un’immagine smembrata, che non riesci a comporre per quanti sforzi tu faccia.

a questo punto fare i conti con te stessa diventa un lusso. devi prima tener testa alle tue responsabilità e, soprattutto, schivare il giudizio degli altri. spesso pesante e inconsapevole. è facile fare i perbenisti, vomitare sentenze e guardare con compassione. ma alla fine della giornata, chi ha giudicato, spesso chiude la porta su un’esistenza da niente, basata su un menage familiare rattoppato e privo di slanci. ma loro se lo fanno bastare, stringono i denti e vanno avanti.

quelle che, invece, hanno preferito andare avanti da sole o, peggio, hanno subìto una scelta (altrui) che non avevano previsto, rimangono allo sbaraglio. fanno un po’ paura queste donne, diciamolo pure. sono quelle da guardare con sufficienza quando ci sono le riunioni dei genitori a scuola, quelle che  quando si presentano all’insegnante di catechismo raccolgono sguardi imbarazzati e strette di mano frettolose. sono quelle di serie B.

lo so che è dura, Sissy, ma io ho imparato a fregarmene. la mia vita non me la deve toccare nessuno. non c’è un manuale che ti insegni come fare, ma se ci riesci, prova a fregartene anche tu.

Assorbenti lavabili e coppetta mestruale

Seppure abbia superato i 40 da un pezzo (chi mi conosce e sa, perfavore non infierisca) mi sono sempre sentita una donna sufficientemente moderna, al passo coi tempi e ancora abbastanza lontana dalla demenza senile. Questo fino a stamattina, quando curiosando in vari siti destinati a noi donne ho scoperto un intero forum dedicato alla discussione e alla descrizione degli assorbenti lavabili e, omioddio, all’esaltazione di una fantomatica “coppetta mestruale”.

siccome le signore del forum si sono lanciate in ampi dettagli su come togliere in maniera efficace le “macchie” dagli assorbenti, non ho avuto il coraggio di cliccare su google e vedere come si usa e, soprattutto, dove si infila la coppetta mestruale.

allora, mie care, vi prego, con cautela, ditemi che cacchio è ‘sta coppetta e se l’avete mai usata. se ne siete tutte quante a conoscenza, giuro che chiedo il pre-pensionamento e mi prenoto un posto al Bel Tre…

Quelle che …

Le incontri ogni mattina. Davanti alla scuola. Tu che arrivi trafelata e loro che stanno lì a ciacolare sui figli, sul pilates e sull’aperitivo che faranno o che hanno fatto. sono le otto  e mezza del mattino e tu già sei stremata. ti sei svegliata alle 6, ciabattando e sbadigliando come un’ottantenne (con tutto il rispetto, per carità!!!), hai sistemato armadi, pensato alla cena, preparato colazioni in otto nano secondi, hai urlacchiato un po’ coi pargoli, giusto per scrollarli dal torpore, e hai quasi abbattuto la porta dell’ascensore nella fretta di recuperare quei 2 o 3 minuti che hai perso per trovare le chiavi della macchina (sotto il tappeto del bagno…ma come cazzo ci sono arrivate?). vabbè, insomma, sono passate solo due ore e mezza da quando ti sei svegliata e già hai mal di testa, il trucco disfatto da lacrime “allergiche”, il naso chiuso che ti costringe a boccheggiare e ad assumere un’espressione del viso da ebete, e un’andatura da moglie di frankestein, perchè hai indossato un cazzo di scarpe che sono sì bellissime, ma buone solo per stare in vetrina. e loro sono sempre lì, ogni mattina, cazzo ma come fanno? tutte “leccate”, il fondotinta che non cola, la matita nera che non “sbaffa”, le loro  borsettine griffatine appese al braccio e tacchi da delirio. loro sì che ci sanno camminare. mai una storta, un tentennamento. potrebbero scalarci una montagna!!! vabbè, lo so…tutta invidia, direte voi…può darsi…ma io mi chiedo: c’è una categoria femminile a cui è preferibile appartenere? vi ha mai sfiorato il dubbio che siete state catapultate in una dimensione che non vi appartiene?

Ciao donne, benvenute

Un uggioso pomeriggio di maggio. Una giornata di lavoro che sembra non avere fine. Mi sentivo sola con i miei pensieri e ho deciso di aprire questa piccola finestra sul mondo.

Mi piacerebbe condividere con voi tutto quello che ci portiamo dentro. La malinconia che ci assale ascoltando una canzone anche se poi non riusciamo a spiegarne il motivo ( o forse sì ma è meglio lasciar perdere). La gioia immensa che sentiamo quando guardiamo i nostri figli sorridere fiduciosi alla vita. La stanchezza infinita che proviamo quando vorremmo un po’ di tempo per noi e, invece, dobbiamo fiondarci a: fare la spesa perchè, come al solito, l’ultima volta ti sei scordata
la metà delle cose, a depilarci (perchè forse stasera sarà quella giusta),a
trovare la mamma che è sempre disponibile e proprio non si merita una figlia
ingrata, a fare la maestra perchè proprio non ce la fai a fregartene
dell’ennesima numerazione assegnata a tuo figlio/a, a cucinare qualcosa che non
sia la solita fetta di carne per non sentirti in colpa e per non sentire i
soliti mugugni dei tuoi commensali. Insomma, sono le cinque del pomeriggio e
già mi sento una ciofeca, con le pile scariche anche solo per capire se le mie
amiche sono vive e stanno bene. Se vi sentite così, scrivetemi. Se non vi
sentite così, scrivetemi lo stesso. Vorrà dire che posso ancora sperare.

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